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Gli italiani vogliono cambiare lavoro

Dopo la pandemia gli italiani hanno voglia di cambiamento, a cominciare dal lavoro, e cercano un’occupazione più compatibile con le esigenze di vita personale, e più appagante sotto il profilo professionale ed economico. A descrivere il sentiment degli italiani è l’indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro, dal titolo Italiani e lavoro nell’anno della transizione, condotta in collaborazione con SWG. E dall’indagine emerge come più della metà dei lavoratori (55%) desideri una nuova occupazione perché quella attuale non è più soddisfacente, e il 15% si sia attivato per cercare un altro impiego. Si tratta di un fenomeno trasversale, diffuso non solo tra i giovani e determinate categorie di lavoratori, e decisamente nuovo per un mercato del lavoro da sempre caratterizzato da stabilità e basso turnover interno.

Voltare pagina per insoddisfazione o voglia di novità

A pesare sulla decisione di voler voltare pagina sono l’insoddisfazione (38,7%) e la voglia di novità (35,4%), meno la scadenza del contratto (9,8%) o la paura di perdere il lavoro (11,8%). Alla base dell’insoddisfazione, salari bassi (31,9%) e scarse opportunità di carriera (40,9%).
Ma non è solo il miglioramento retributivo e professionale a spingere al cambiamento. Il 49% degli italiani indica tra i requisiti irrinunciabili della nuova occupazione un maggiore equilibrio personale, minori livelli di stress e più tempo da dedicare a sé stessi. Il benessere individuale, complice anche i due anni di pandemia, è l’obiettivo soprattutto di under 35 e 35-44enni, prioritario rispetto al miglioramento economico.

Stipendi troppo bassi, tassazione elevata, scarsa meritocrazia

I mali del lavoro non derivano infatti solo dalle condizioni economiche. Dopo gli stipendi troppo bassi (56,7%) e la tassazione elevata (43,9%), l’altra criticità è la scarsa meritocrazia del sistema (33%). Un tema avvertito con maggiore urgenza rispetto a quello della precarietà, soprattutto dai giovani. L’idea del ‘posto fisso’ perde dunque appeal. Per quanto un lavoro sicuro resti un obiettivo irrinunciabile per chi sta cercando un’occupazione (25,3%), l’assenza di meritocrazia limita ancor più i pochi spazi di crescita esistenti. D’altronde, la pandemia ha innescato una forte accelerazione tecnologica, costringendo anche i lavoratori più resistenti a fare i conti con le nuove modalità. Il 61% degli intervistati afferma che la rivoluzione tecnologica ha cambiato il lavoro, e una percentuale minoritaria (13,9%) la boccia perché ha reso il lavoro più complicato (14,6%) e disumano (11,1%).

Colpa dello smart working?

Secondo la ricerca, riferisce Adnkronos, è lo smart working ad avere giocato un ruolo decisivo. Se nel 2021 gli smartworker fornivano un giudizio ambivalente, evidenziando le criticità connesse al lavoro da remoto, nel 2022 l’84,2% dei lavoratori ‘agili’ promuove a pieni voti questo modello, perché concilia lavoro e vita privata. Il 31,8% degli italiani non accetterebbe di tornare a lavorare in presenza, il 16,9% cambierebbe lavoro e il 9,3% potrebbe addirittura licenziarsi. Un modello, dunque, che si consolida e che cambia non solo il lavoro, ma anche la cultura sottostante.
Il 50,2% dei lavoratori dipendenti preferirebbe, infatti, essere valutato sui risultati piuttosto che sull’orario di lavoro.

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La giornata ideale? Inizia con un sonno notturno riposante

Il sonno notturno è rigenerante, e se il buongiorno si vede dal mattino per gli italiani considerare la propria giornata appagante significa avere uno stato emozionale e mentale equilibrati. Secondo la ricerca di Emma, The Sleep Company, azienda produttrice di sistemi per il sonno, le 5 condizioni che definiscono un ‘buon’ giorno per gli italiani sono riuscire a svolgere normalmente le attività quotidiane (59%), essere di buonumore (59%), mantenere alte le capacità cognitive (41%), vivere la giornata senza ansie (40%) e avere controllo sulle emozioni personali (26%). Quasi tutti gli italiani (90%) sono consapevoli che le loro performance giornaliere sono influenzate dalla qualità del sonno notturno. Ma come si svegliano al mattino?

Un italiano su 4 si sveglia male almeno 3 o 4 volte alla settimana

Negli ultimi sei mesi oltre 1 italiano su 4 (26%) si è svegliato male per metà giorni della settimana, stanco e senza energia almeno 3 o 4 volte nel corso della settimana. Tali condizioni si traducono in scarse performance mentali e malessere emotivo, e il 53,5% avverte capacità cognitive inferiori, il 45% è di cattivo umore, percepisce poco controllo sulle emozioni personali (26%) o accusa stati d’ansia (25%). Se un buon riposo notturno è la chiave di volta per iniziare la giornata nel migliore dei modi, quasi 9 italiani su 10 (87%) sono insoddisfatti della qualità del proprio sonno, e solo il 13% valuta il proprio riposo notturno ottimale. Il 7% dorme infatti tra 3-5 ore a notte, quando invece bisognerebbe riposare 7-9 ore.

Pensieri e stress, fatica ad addormentarsi e risvegli notturni

Le notti degli italiani paiono essere difficoltose soprattutto a causa di tre fattori principali: preoccupazioni, difficoltà ad addormentarsi e sonno frammentato. Infatti, oltre la metà (52%) è disturbato da pensieri stressanti che fanno capolino proprio al momento di stendersi a letto, il 34% trova faticosa la fase di addormentamento, e i continui risvegli notturni mettono a dura prova il 31%. Perché il sonno notturno sia effettivamente rigenerante è fondamentale considerare la camera da letto come ‘un tempio di pace’. Device tecnologici e altre attività dovrebbero essere banditi, eppure il 65% ama molto stare sotto le coperte usando smartphone e tablet o guardando la TV (30%).

Perché dormire bene è importante?

Una buona qualità del sonno può essere collegata al successo professionale e a maggiori guadagni, può aiutare gli studenti a conseguire voti più alti e incrementare il desiderio sessuale.
Inoltre, un buon riposo facilita la risoluzione di problemi: il 62% delle persone che ha dormito bene è in grado di risolvere quesiti complicati, rispetto al 24% di chi ha riposato male. Basta anche soltanto una notte di sole quattro ore di sonno a ridurre del 70% la circolazione delle cellule NK Natural Killer (globuli bianchi coinvolti nelle risposte immunitarie). E sono sufficienti anche solo due notti non riposanti consecutive per far apparire una persona meno attraente e sana, mentre chi dorme meglio vanta livelli di invecchiamento cutaneo particolarmente bassi.

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Inglese, competenza necessaria per trovare lavoro in Italia

La conoscenza dell’inglese è diventata ormai una di quelle competenze necessarie per poter ambire a tantissimi lavori. La sentenza arriva da dallo studio condotto da Ef English Live – fa parte di EF Education First, l’azienda privata specializzata nel settore della formazione internazionale – che ha raccolto e analizzato circa 10.200 annunci di lavoro dai principali siti italiani. “Il nostro è stato un lavoro molto approfondito su un mercato come quello italiano che ci ha sempre incuriositi”, commenta Dario Traballi, marketing director Emea EF English Live. Sono stati analizzati in profondità ruoli, posizioni e anzianità in maniera tale da individuare i settori in cui questa lingua universale richiede maggiore utilizzo. Si tratta di uno studio dettagliato con l’obiettivo di avere una panoramica delle competenze richieste, tenendo presente anche il fattore geografico, e quindi in quali regioni italiane c’è più richiesta di conoscenza dell’inglese.

I settori dove l’inglese è più richiesto

è particolarmente richiesto nel settore delle vendite (14%), nei mestieri specializzati (13%) e nell’hospitality ed eventi (11%). Per quanto concerne la richiesta di conoscenza dell’inglese, il divario tra Nord e Sud del Paese è molto ampio. Negli ultimi anni, si è data per scontata la conoscenza della lingua inglese, ma probabilmente senza andare a fondo su quelli che sono i ruoli in cui è particolarmente richiesto. E se appare ormai quasi un requisito naturale per un addetto al marketing, sorprende come sia sempre più richiesto per un impiegato amministrativo, al primo posto della speciale graduatoria di EF English Live, con almeno un livello intermedio (nel 59% dei casi). Probabilmente questo accade per via della globalizzazione e dell’ampliamento del mercato. Lo stesso accade agli sviluppatori, sempre più alle prese con un linguaggio tecnico in lingua inglese. Sul podio anche i tecnici di manutenzione: avendo a che fare con macchinari o strumentazioni provenienti dalle grandi fabbriche, hanno istruzioni e comandi nella lingua universale. Il livello desiderato per la maggior parte dei ruoli ricoperti da amministrativi, sviluppatori e tecnici è quello medio.

Fondamentale nelle vendite

Un dato racconta il primato del settore vendite. Secondo lo studio di EF English Live infatti, in questo ramo c’è una probabilità tre volte più alta che l’inglese venga richiesto come requisito fondamentale rispetto al settore IT, in particolare al nord con il 62% dei casi. Anche per i mestieri qualificati è particolarmente richiesta la conoscenza della lingua più parlata al mondo. Anche qui il nord fa la parte del leone: 61% contro il 14% del sud e il 25% del centro Italia. Segue poi il settore dell’hospitality e degli eventi: l’11% dei 1168 annunci analizzati pone come requisito fondamentale la conoscenza dell’inglese.
È l’Emilia Romagna la regione in cui è più richiesta la lingua inglese: sono stati analizzati 1077 annunci, l’11% dei quali ne richiedeva la conoscenza. Sul podio fa notizia l’assenza della Lombardia: ci sono Piemonte (10% su 1046 annunci) e Toscana (10% su 1031). In coda Calabria, Valle d’Aosta e Basilicata (unica regione a 0%). 

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Quanto si considera sostenibile l’Italia?

Le scelte sostenibili stanno diventando sempre più importanti all’interno della vita degli italiani, ma quanto si considera sostenibile l’Italia? Risponde un sondaggio commissionato da Omio e realizzato da YouGov, che ha chiesto agli italiani di autovalutarsi in ambito di sostenibilità. E a quanto emerge dal sondaggio la maggior parte degli intervistati si considera abbastanza consapevole sulle tematiche ambientali, mentre uno su cinque pensa di poter fare di più. La generazione dei Fridays for Future è la più critica con sé stessa: il 21% dei 18-24enni afferma di non adottare un approccio sufficientemente green.

Più eco-friendly utilizzando treno e autobus

Il 63% del totale considera invece il proprio comportamento quotidiano abbastanza sostenibile, anche se vede anche ulteriori possibilità per agire in materia di rispetto dell’ambiente. Il 17% invece si considera già molto sostenibile e non ritiene necessari ulteriori miglioramenti. Solo il 2% non è interessato al tema. Ma dove intravedere concrete opportunità per mettere in atto decisioni amiche dell’ambiente? Il 4% ritiene che rinunciare ai viaggi aerei in favore di spostamenti in treno e autobus sia una possibile soluzione, mentre per il 17% utilizzare mezzi pubblici e bicicletta può avere un impatto significativo sull’ambiente. Il 33% degli intervistati considera infatti treni e autobus alternative sostenibili, e il 27% ritiene che si dovrebbero evitare i viaggi in aereo (15%) e le crociere (12%).

Costo, opzioni di viaggio e durata gli ostacoli principali

Il 41% vorrebbe avere a disposizione alternative di viaggio sostenibili più economiche o di egual costo. Per il 19% anche i biglietti degli autobus e dei treni sono troppo costosi. Più di un terzo (35%) lamenta la mancanza di opzioni e di informazioni sulle alternative di viaggio sostenibili, tra cui collegamenti veloci in autobus e in treno. La percentuale aumenta se si considerano le fasce più giovani: il 45% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni pensa di non avere alternative. E un terzo (34%) vorrebbe più informazioni su come viaggiare in modo più sostenibile.
Oltre al prezzo, anche il tempo è un fattore decisivo: il 32% considera l’autobus e il treno poco veloci, mentre il 37% ritiene che non garantiscano la stessa flessibilità dell’auto.

Dalla riduzione dei rifiuti al cibo vegetariano o vegano

In ogni caso, viaggiare in modo sostenibile non significa solamente utilizzare mezzi eco-friendly. Il 37% ritiene importante anche la quantità di rifiuti da imballaggio prodotti in loco, mentre il 23% cerca di prediligere alloggi sostenibili. Inoltre, oltre al comportamento di viaggio, quasi la metà (48%) degli intervistati ritiene che utilizzare prodotti riciclati possa contribuire al benessere del pianeta. In particolare, il 12% considera i prodotti realizzati in modo davvero sostenibile una valida opzione. Importanti anche le scelte alimentari: per il 10% il consumo di cibi vegetariani o vegani è l’aspetto più rilevante della vita quotidiana per agire in modo più sostenibile.

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Ibrido e flessibile, lo smart working al tempo del lavoro liquido

Lavoro liquido: a che punto siamo tra Smart working e nuova governance? È il titolo di un’indagine condotta a marzo 2022 da Reverse, azienda internazionale di risorse umane, insieme ad altri partner.  L’indagine mette a confronto le opinioni di lavoratori e management aziendale. E lavoratori e aziende concordano su una linea comune: mantenere lo Smart working in futuro. Dalla nuova gestione liquida del lavoro non si torna più indietro. E se all’unanimità si chiede una soluzione di Smart working ibrida e flessibile, i maggiori sostenitori di questa soluzione sono gli intervistati tra i 20 e i 30 anni.
Ma è molto sentita, sia da aziende sia da lavoratori, anche la questione della reperibilità e della disconnessine durante il lavoro da remoto.

Disconnessione, un’esigenza molto sentita

Si tratta di un tema che raccoglie molti aspetti. Riguarda infatti le normative, la modalità di lavoro per obiettivi, e la capacità dell’azienda di mantenere l’engagement dei propri collaboratori anche da remoto. Il 45% dei lavoratori afferma che lavorando da casa ha sofferto molto per una maggiore richiesta di disponibilità online. Dai racconti degli HR emerge un’azione decisa delle aziende per trovare la corretta gestione della reperibilità di chi lavora in Smart working, mettendo in pratica azioni di diverso tipo, dall’ufficializzazione dell’ampliamento dell’orario di reperibilità per chi lavora in Smart working alla gestione autonoma dei team. Ma una regolamentazione è sentita come necessaria da entrambe le parti.

Chi deve sostenere i costi?

L’80% dei lavoratori sostiene che l’azienda dovrebbe partecipare alle spese sostenute da chi lavora da casa (connessione ad internet, postazione di lavoro, ecc.). In netto contrasto il parere delle aziende, la cui totalità non prevede di modificare il contratto includendo una partecipazione alle spese per chi lavora in Smart working. Ma sia lavoratori sia aziende sono concordi nel volgersi verso un’organizzazione del lavoro per obiettivi. Il 56% dei lavoratori afferma che la propria azienda ha riprogrammato il lavoro su obiettivi per agevolare il lavoro da remoto. E il 60% degli HR Manager afferma di aver introdotto o essere in procinto di introdurre modalità di lavoro per obiettivi in cui l’orario è fluido.

Spazi di lavoro e percorsi di formazione mirata

Secondo il 60% dei lavoratori è necessario adeguare gli spazi alla nuova modalità di lavoro liquido. Gli HR Manager affermano che le aziende stanno modificando completamente e in tempi molto rapidi il loro assetto (Open space, pc portatili, desk sharing). L’82% dei lavoratori afferma poi che introducendo lo Smart working l’azienda deve porre maggiore attenzione ai percorsi di formazione. E secondo il 90% delle aziende sono stati istituiti percorsi di formazione per i collaboratori su specifiche piattaforme online di e-learning o tramite webinar, e in alcuni casi, di aver avviato Academy online.
Sicuramente le imprese si stanno organizzando per offrire una formazione ad hoc, però è bene considerare che i percorsi formativi offerti finora non hanno incontrato a pieno le esigenze delle risorse.

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Lo smart working è positivo per il 61% di chi lo pratica

Lo smart working è promosso da chi lo sta ancora praticando, con il 61% di valutazioni positive, ma il giudizio di chi ha sperimentato il lavoro a distanza nell’ultimo anno è diviso. Se una metà di lavoratori lo ha ritenuto una grande occasione per migliorare la propria vita, un’altra alla lunga lo sta reputando una costrizione a stare chiusi in casa. Da quanto emerge da un sondaggio Swg, sul piano lavorativo gli effetti dello smart working sono poi ambivalenti. Da una parte sembra aver peggiorato le relazioni interne, soprattutto quelle fra colleghi, e in qualche misura, anche con il proprio responsabile, dall’altra, è opinione diffusa che questa modalità lavorativa abbia favorito la qualità dell’attività svolta, consentendo di ottimizzare le tempistiche per attività ritenute poco utili.

Donne più sensibili al cambio di modalità di lavoro

Sul piano personale, invece, il lavoro da remoto ha avuto conseguenze prevalentemente positive, soprattutto nell’aver contribuito a facilitare la conciliazione tra vita privata e lavoro e la gestione dei figli. Per una significativa quota di lavoratori poi ha migliorato le relazioni con i familiari conviventi, nonché l’umore. Tuttavia, Swg segnala che per il 31% degli intervistati tale esperienza ha impattato negativamente sulla condizione psicofisica, e in questo caso le donne sono risultate più sensibili al cambio di modalità di lavoro. Tutti gli effetti dello smart working, positivi o negativi, sono infatti risultati più rilevanti per le donne. Allo scadere dello stato di emergenza occorrerà quindi regolamentare il lavoro a distanza, con l’accordo individuale tra lavoratore e impresa l’opzione ritenuta più adeguata dagli intervistati dall’indagine (37%), riporta Adnkronos.

Il graduale rientro in ufficio non segna un declino del lavoro agile

Come ha rilevato la ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, a settembre 2921 il numero degli smart worker si è attestato a 4,07 milioni. E a quasi due anni dal primo lockdown il graduale rientro in ufficio non segna in generale un declino del lavoro agile. Al contrario, al termine dello stato di emergenza le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati a settembre. Le previsioni sono infatti di 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%).

Che strada prendere nel New Normal?

Lavoratori di aziende private, piccole, medie e grandi, e dipendenti pubblici hanno quindi sperimentato un diverso modo di lavorare, e adesso stanno cercando di capire che strada prendere in questo New Normal che si sta delineando. Quello che è certo è che sebbene durante la pandemia si sia trattato di telelavoro, l’esperienza di lavoro a distanza ha aperto interessanti prospettive per un’adozione più diffusa dello smart working nel nostro Paese. Oggi sono molte le realtà che si interrogano se proseguire con un regime di full smart working o smart working ibrido, una forma che prevede un regime misto tra presenza in ufficio e remote working.

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Competenze digitali: i lavoratori italiani non si sentono preparati

Secondo i risultati del Digital Skills Index, l’indagine globale sul livello delle competenze digitali di Salesforce, oltre tre quarti degli intervistati in 19 paesi non si sente pronto per operare in un mondo del lavoro più digitalizzato. E solo il 28% è attivamente coinvolto nell’apprendimento e nella formazione delle competenze digitali richieste. Le aziende di tutto il mondo stanno rapidamente passando a modelli digital-first e la domanda di persone con competenze digitali è aumentata vertiginosamente. Ma in Italia l’86% dei lavoratori dichiara di non avere le competenze digitali necessarie e l’87% si sente altrettanto impreparato per i prossimi cinque anni. Inoltre, solo il 17% è coinvolto in programmi di formazione.

Servono investimenti per colmare il gap

Il punteggio globale complessivo del Salesforce Index per la preparazione digitale viene valutato in termini di preparazione, livello di abilità, e accesso e partecipazione attiva all’aggiornamento delle competenze digitali, ed è pari a 33 su 100. L’Italia risulta sotto la media globale, registrando un Salesforce Index di 25.
I paesi rappresentati nell’indagine variano da un punteggio massimo di 63 a un minimo di 15, un dato che sottolinea come vi sia un urgente bisogno di investimenti a livello globale per colmare questo gap e creare una forza lavoro più inclusiva.

Non basta saper navigare sul web e usare i social 

Le competenze digitali quotidiane, riferisce Adnkronos, come la navigazione sul web, spesso non rispecchiano quelle ritenute fondamentali dalle aziende per favorire la ripresa. Più di due terzi degli intervistati della Generazione Z (64%) afferma di possedere competenze avanzate sui social media, ma solo il 31% ritiene di possedere competenze digitali più avanzate. Una differenza ancora più netta in Italia, dove l’81% dei Gen Z ritiene di avere un livello avanzato nelle competenze social, ma solo il 19% pensa di possedere le competenze digitali necessarie per il mondo del lavoro di oggi. A livello globale il 37% della Gen Z si sta attivamente formando per le competenze necessarie nei prossimi cinque anni, rispetto al 12% dei Baby Boomer, e anche in Italia a dichiararsi proattivo sul fronte della formazione sono soprattutto i giovani della Gen Z. Uno su quattro (26%) rispetto a uno su cinque dei Millennial (19%) e nemmeno uno su dieci dei Baby Boomer (7%).

La percezione delle priorità è diversa a livello generazionale

Le competenze nella tecnologia di collaborazione sono considerate le più importanti per i lavoratori sia oggi sia nei prossimi cinque anni.
Ma nonostante l’abilità degli intervistati con le principali tecnologie di collaborazione a uso quotidiano, come i social media, solo il 25% si considera avanzato per le competenze tecnologiche di collaborazione necessarie per il lavoro. In Italia la percezione delle priorità a livello di competenze cambia molto a seconda della generazione. I più giovani della Gen Z e i Baby Boomer riconoscono le collaboration technologies come priorità per lo svolgimento del proprio lavoro. Tale percezione non collima con quella dei Millennial e della Generazione X, secondo cui è più importante formarsi in materia di e-commerce e commercio digitale.

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Il 2022 secondo gli italiani, fra timori, desideri e nuove abitudini

Quali sono le parole che gli italiani utilizzano per definire il 2022?  Esattamente come l’anno passato, i termini associati al nuovo anno sono speranza, ripresa, cambiamento riportate, rispettivamente, dal 32%, il 16% e il 15% delle persone). A queste segue il termine “timore”, citato più del doppio delle volte rispetto al 2021 (si passa dal 3% al 7%): in particolare, è proprio nella Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) che si registra la media più alta di coloro che accostano questo stato d’animo al nuovo anno (lo fa il 9% di questo segmento). Allo stesso tempo, è sempre in questa fascia d’età che si trova la percentuale maggiore di chi, pensando al 2022, spera in un cambiamento (il 19%). Sono alcuni dei dati che emergono dalla survey dell’Ufficio Studi Coop, svolta a dicembre scorso e appartenente al Rapporto Coop 2021,  “2022, Coming Soon – Consumer”, condotta in collaborazione con Nomisma su un campione di 1.000 persone rappresentativo della popolazione italiana.
In relazione a ciò che ci potrebbe aspettare nei mesi futuri, i manager della community coinvolti nella survey hanno sottolineato alcuni fattori che potrebbero frenare la ripresa. Nello specifico, gli esperti hanno individuato possibili ostacoli principalmente nell’instabilità politica (menzionata dal 47%), nei ritardi nell’attuazione del PNRR (46%) e nella crescita dei prezzi (39%), stimata a + 2,9%.

Obiettivo benessere e “costruire qualcosa di nuovo”

I nostri connazionali, confidando che la pandemia finisca presto, si contrano per obiettivi da raggiungere nell’immediato futuro. Questi parlano, soprattutto, del bisogno di cambiamento a partire proprio da se stessi: nei programmi per il 2022, infatti, appaiono ai primi posti il desiderio di prendersi cura della propria persona (citato dal 57%), seguito dalla necessità di cercare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata (56%) e di rivedere le priorità della vita (55%); inoltre, quasi 1 italiano su 3 (il 29%) programma di cambiare lavoro nel corso del 2022. In generale, “costruire qualcosa di nuovo” rappresenta il motto riferito al post pandemia per il 21% delle persone.

Meno attività fuori casa

In un contesto generale segnato dall’insicurezza, a farne le spese è soprattutto tutto ciò che concerne il tempo libero. Tra i propositi per il 2022 degli italiani, infatti in merito alle attività quotidiane, è proprio il fuoricasa l’aspetto maggiormente in discesa rispetto ad altri: le persone prevedono di ridurre la frequentazione di bar e ristoranti (il saldo tra chi ci andrà di più e chi di meno è pari a -13%), di partecipare meno a concerti e spettacoli (-12%), ma anche di dedicare meno uscite a cinema (-10%), teatri e musei (-9%). Le cause sono soprattutto da ricercare nella poca sicurezza economica degli italiani e nei dubbi rispetto a possibili restrizioni future dovute alla pandemia.

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Etichette dei prodotti alimentari, uno specchio dei tempi

Le etichette dei prodotti venduti nella Gdo (Grande distribuzione organizzata) sono realmente lo specchio dei tempi e della società. Basta notare come siano cambiati termini, definizioni e claim, che ora rispecchiano temi sempre più sentiti e condivisi come ambiente, sostenibilità, benessere, lifestyle. A evidenziare questo parallelismo tra etichette e sentire comune è l’ultimo Osservatorio Immagino di GS1 Italy, uno strumento unico per mettere a fuoco i fenomeni di consumo e seguirne l’evoluzione.

Analizzate le etichette di 125.431 referenze
La decima edizione dello studio ha ampliato ulteriormente il suo raggio d’analisi, incrociando i dati Nielsen su venduto, consumo e fruizione dei media, con le informazioni, rilevate dal servizio Immagino di GS1 Italy, presenti sulle etichette di 125.431 prodotti, tra alimentari e non alimentari, venduti nei supermercati e ipermercati italiani. Un paniere ampio e diversificato che, nell’anno finito a giugno 2021, ha generato un giro d’affari di poco meno di 39 miliardi di euro, pari all’83% del sell-out totale realizzato da ipermercati e supermercati in Italia.  “L’Osservatorio Immagino ha introdotto un nuovo modo di leggere i fenomeni di consumo e i relativi cambiamenti. Industria e Distribuzione del largo consumo hanno così una chiave di lettura utile per creare nuovi prodotti e calibrare assortimenti che incontrino i gusti di un consumatore sempre più preparato e consapevole” dichiara afferma Marco Cuppini, research and communication director di GS1 Italy.

I contenuti “forti” in ambito alimentare
L’Osservatorio monitora i trend che guidano le scelte d’acquisto degli italiani nella distribuzione moderna, seguendo l’evoluzione di 11 panieri che rappresentano altrettanti fenomeni e tendenze di consumo. Nel food, in particolare, si riconoscono dei trend e dei termini precisi. Ad esempio, Italianità viene spesa in tutte le declinazioni, dal “100% italiano” alle indicazioni geografiche (come Dop e Igp) fino alla presenza di un richiamo alla regione di provenienza. Free from: si ritrova nei 17 claim più importanti nel mondo dei prodotti “senza”. Rich-in: questo termine c’è nei 12 claim più rilevanti nel paniere dei prodotti ricchi o arricchiti. Intolleranze: la dinamica dei prodotti “senza glutine” o “senza lattosio”, e quella dei claim emergenti, come “senza lievito” o “senza uova”. Lifestyle: i claim del cibo identitario, come “vegano”, “vegetariano”, Kosher e Halal. Loghi e certificazioni: bollini, indicazioni e claim che forniscono garanzie precise, come il logo EU Organic o le 8 certificazioni del mondo della Corporate social responsibility (come Fairtrade, Friend of the sea, FSC, Sustainable cleaning e UTZ). Ingredienti benefici: dall’avena alla canapa, dal matcha all’avocado, dallo zenzero ai semi di sesamo, i 27 sapori più trendy nel mondo dei superfruit, delle spezie, di supercereali/farine, dei dolcificanti, dei semi e dei superfood. Metodo di lavorazione: “estratto a freddo” e “lavorato a mano”, “non filtrato” o “a lievitazione naturale”, quando la tecnica produttiva fa la differenza. Texture dei prodotti: morbido o ruvido, soffice o croccante, sottile o fragrante? Le 11 consistenze più evidenziate in etichetta.

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Acquisti lifestyle, i sette trend per il 2022

Dalla Nostalgia degli anni ’90 al Legame con la Terra e la Natura quali saranno le tendenze che guideranno gli acquisti di arte, moda, design, gioielli, orologi, automobili, e anche cibi nel 2022?
Il Catawiki 2022 Trends Report, la ricerca condotta dalla società di consulenza e strategia Crowd DNA, ha evidenziato le 7 tendenze di acquisto per tutto ciò che riguarda il lifestyle nel prossimo anno.
E la prima è appunto la Nostalgia degli anni ’90. La moda ispirata al grunge e i memorabilia della cultura pop oggi sono all’apice della popolarità, soprattutto nel settore del lusso. L’84% dei 240 esperti intervistati la colloca infatti tra i primi 3 driver culturali in svariati. Il ritorno agli anni ‘90 è un trend che si noterà anche nei motori per le auto e nella riscoperta delle moto, oggetti dal design inconfondibile.

Celebrare la creatività e l’artigianato nella moda, il design e il cibo

Il secondo trend del Catawiki 2022 Trends Report è l’Artigianato come sinonimo di qualità e unicità. Il 67% degli esperti conferma la crescente attenzione per tutto ciò che celebra la creatività e l’artigianato in ambiti come moda, design o cibo, in risposta al ‘fast fashion’, al ‘fast food’ e al ‘fast furniture’. Di fronte a un eccesso di scelta, gli acquirenti però sono sempre più attratti da oggetti senza tempo, che si tratti di una chitarra Fender o di una borsa Louis Vuitton. Per questo Il valore senza tempo dei grandi Classici è la terza tendenza del 2022: il 76% degli esperti concorda sul fatto che il loro valore aumenterà più velocemente rispetto ad altri oggetti.

Il ritorno a materiali naturali come il legno, la ceramica e i tessuti

Il quarto trend è la riscoperta del Legame con la Terra e la Natura. Tra collezionisti e antiquari il panel di esperti ha notato un ritorno a materiai come legno, ceramica e tessuti. Ma anche la ricerca di vini naturali e organici. Secondo gli esperti torneranno di moda anche gli oggetti speciali in grado di celebrare l’identità e il patrimonio culturale. Secondo il 76% degli intervistati la riscoperta del Patrimonio Culturale nel prossimo anno si evidenzierà con la richiesta di oggetti con un denominatore comune: sottolineare le origini, celebrare la storia, e portare un messaggio sociale.

Reinventare gli oggetti o utilizzarli in nuovi contesti

Secondo il 61% degli esperti dare Nuova vita agli oggetti è la sesta tendenza chiave per il 2022, per cui ci sarà un aumento di tessuti riciclati e articoli vintage, in una sorta di moto di ribellione verso il consumismo. La ricerca dell’originalità sta portando infatti sempre più persone a reinventare gli oggetti per posizionarli o utilizzarli in contesti completamente nuovi.
Dopo mesi di lockdown, riferisce Ansa, le persone vogliono però anche riaccendere il loro lato giocoso. Che si tratti di colori audaci, motivi vivaci o design appariscente, torneranno in auge oggetti fuori dal comune, dai tessuti a fantasia con disegni floreali o animalier ai gioielli ‘tuttifrutti’ fino agli orologi esuberanti e colorati, in grado di trasmettere Brio e Fantasia.