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Economia

Imprenditoria e inflazione ai massimi storici: sono possibili nuovi business?

In un contesto difficile, con l’inflazione che galoppa, l’aumento dei contagi da Covid-19 in tutto il mondo, la guerra in Ucraina, l’aumento dei prezzi e del costo della vita quali sono le ripercussioni sull’imprenditorialità? Il 2022 si sta mostrando un anno ricco di avvenimenti, e la nuova indagine Ipsos su imprenditoria e inflazione rivela che l’attività e le aspirazioni imprenditoriali variano ampiamente nei 26 Paesi esaminati. In media, a livello internazionale, tre intervistati su dieci (31%) hanno avviato un’attività imprenditoriale in passato e una percentuale analoga (29%) spera di farlo nel prossimo futuro. In Italia si registrano percentuali minori: il 23% afferma di aver avviato un’attività imprenditoriale in passato e il 26% sta prendendo in considerazione di farlo, ma il 51% non ha mai avviato un business.

In Italia la barriera ad avviare un’attività sono i finanziamenti

Al pari dell’attività, anche le aspirazioni imprenditoriali variano notevolmente nei 26 Paesi esaminati. La probabilità di avviare un’attività è più alta in molti Paesi dell’America Latina, in Sudafrica e in India, ed è significativamente più bassa in Corea del Sud, Francia, Svezia, Belgio, Paesi Bassi e Giappone. Anche in Italia non si registrano percentuali elevate, infatti, soltanto il 19% degli intervistati pensa di avviare un’attività imprenditoriale nei prossimi due anni, e la principale barriera è rappresentata dai finanziamenti, citati dal 39% degli intervistati.

Il 41% è demotivato

In media, a livello internazionale, il 29% degli intervistati avvierebbe un’attività imprenditoriale perché potrebbe contare sui programmi sociali del proprio Paese al fine di mitigare i rischi. Percentuale che in Italia si abbassa al 22%. Allo stesso modo, il 35% dei rispondenti a livello internazionale si dichiara demotivato ad avviare un’attività imprenditoriale, ritenendo preferibile lavorare per qualcun altro, percentuale che in Italia si alza al 41%.  Analizzando, invece, fattori come il supporto del Governo, i tassi d’interesse e l’inflazione, in che misura questi contribuiscono al successo di nuove attività imprenditoriali?

Il supporto del Governo determina il successo di una nuova iniziativa

Il 68% degli italiani considera il supporto del Governo il principale fattore nel determinare il successo di una nuova iniziativa imprenditoriale, percentuale molto più alta rispetto alla media internazionale (56%). Al tempo stesso, però, soltanto il 30%  ritiene che il Governo del proprio Paese stia facendo un buon lavoro nel promuovere l’imprenditorialità e assistere attivamente gli imprenditori, percentuale che si abbassa al 19% in Italia. Subito dopo si posizionano i tassi d’interesse: il 47% degli italiani li ritiene un fattore di successo, una percentuale leggermente più bassa rispetto alla media internazionale (50%). E soltanto il 26% degli italiani, la quota più bassa tra tutti i Paesi esaminati, considera l’inflazione un fattore determinante per il successo di un’iniziativa imprenditoriale. Nel resto dei Paesi la media è pari al 40%.

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Economia

Meeting meno frequenti ma meglio organizzati: così il lavoro guadagna in produttività

Poteva essere la tempesta perfetta, invece è stato utilissimo per moltissime organizzazioni per ripensare le modalità organizzative del lavoro. In sintesi la pandemia, che ha costretto pressoché tutte le aziende a ricorrere a un nuovo modo di lavorare, a cominciare dallo smart working, è stato poi il volano per far sì che i vari management valutassero le opportunità offerte dall’emergenza e le applicassero adesso che il periodo più critico è passato. Diverse novità rese necessarie dal covid hanno invece rivelato di essere non solo più efficienti, ma anche produttive. In quest’ottica, è interessante capire in che modo molte organizzazioni abbiano imparato a sfruttare questa situazione per cogliere l’opportunità di rinnovarsi e migliorarsi al fine di soddisfare le esigenze di clienti e dipendenti. Da una recente indagine interna realizzata da Verizon in collaborazione con Boston Consulting Group, emerge come, solo cambiando l’approccio con cui si svolgono i meeting, si possano ottenere grandi risultati in termini di produttività. A sorpresa, si scopre che riducendo il numero delle riunioni, si possono raggiungere importanti vantaggi.

Piccole azioni per fare grandi differenze

Per avere un impatto significativo, non sono necessari grandi cambiamenti, bastano, invece, piccole azioni per fare una grande differenza, come ad esempio: adottare pratiche semplici e di impatto per migliorare le riunioni; pianificare meeting di 25 o 50 minuti con un orario di inizio ritardato di 5-10 minuti; indicare chiaramente lo scopo e l’ordine del giorno sull’invito alla riunione; rivalutare la necessità di riunioni periodiche ricorrenti; verificare la reale necessità dei meeting e la possibilità di sostituirli con modalità di lavoro asincrone, ad esempio e-mail, chat, documenti condivisi o revisione offline.

I passi per rendere più efficaci le riunioni

Quali sono però i passi da fare per rendere più efficaci le riunioni? Passare dalle parole ai fatti: assicurarsi fin da subito il supporto di un leader competente all’interno dell’azienda; progettare dall’interno: comprendere i punti deboli e le best practice dei team che si intende innovare, implementando le loro stesse idee; semplificare: creare e ricreare gli strumenti di supporto per guidare l’implementazione e misurare i risultati. Assicurarsi di disporre dell’infrastruttura tecnologica e delle soluzioni adeguate per realizzare piani di comunicazione ibrida efficaci; migliorare il flusso dei feedback: creare cicli di feedback regolari e frequenti per supportare l’adattamento continuo alle nuove modalità di riunione e ai nuovi strumenti. La pandemia potrebbe aver costretto molti responsabili dei processi decisionali aziendali a modificare per sempre l’operatività, ma a sua volta ha gettato le basi per trarre vantaggio da nuovi modi di lavorare. Apportare piccoli cambiamenti per modificare le cattive abitudini in tema di riunioni può aiutare i dipendenti a perdere meno tempo e ottenere risultati migliori.

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Eccellenze online

E-commerce B2C tra nuove esigenze e sostenibilità

La pandemia e l’instabilità geo-politica, con il conseguente rincaro di materie prime e beni energetici, hanno favorito un ripensamento dei processi alla base della catena del valore dell’e-commerce B2c. Come conseguenza, tutti i principali merchant sono al lavoro sull’intera catena del valore (marketing, tecnologia, pagamenti, logistica, customer care) per migliorare i ricavi, ma soprattutto per contenere i costi con obiettivi di breve, medio e lungo termine. Lo conferma l’ultima ricerca presentata dall’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm del Politecnico di Milano. Nel marketing, ad esempio, i merchant cercano una comunicazione mirata e personalizzata con i propri target di clienti. Da un lato utilizzano l’approccio cross mediale, che prevede l’utilizzo dei vari canali in modo integrato e strategico, e dall’altro la sperimentazione di nuovi formati pubblicitari, come Audio advertising o Connected TV.

Pagamenti: focus sulla semplificazione del check-out

Nel pagamento, dopo l’introduzione della SCA (Strong Customer Authentication), il focus è rivolto alla semplificazione del check-out, percepito come il momento più ‘critico’ dell’intera esperienza d’acquisto per l’elevato tasso di abbandono. Due le aree di lavoro per i merchant: guidare in maniera chiara e personalizzata il cliente in tutto il processo di pagamento e gestire le esenzioni autenticando il cliente prima dell’acquisto. Ma anche ampliare l’offerta verso nuovi strumenti di pagamento (Buy Now Pay Later) che rispondano alle esigenze dei consumatori. Nella logistica l’incremento dei volumi e l’aumento di complessità dovuto all’integrazione omnicanale e all’attenzione crescente sul livello di servizio, rendono necessaria la revisione delle attività di magazzino e distribuzione.

Logistica: ottimizzare i processi in ottica sostenibile

Da un lato si investe in tecnologia per migliorare l’infrastruttura logistica e ottimizzare i processi, dall’altro si studiano modalità complementari rispetto alla consegna a domicilio classica, attraverso l’integrazione con una rete capillare di punti di ritiro e parcel locker. Il tutto con uno sguardo alla sostenibilità ambientale in ottica di network e distribuzione last mile. Un’analisi dell’Osservatorio svolta su 50 top merchant di prodotto evidenzia come il 26% offra consegne entro lo stesso giorno e il 20% in una/due ore. Il 68% offre inoltre modalità alternative di consegna: ritiro in negozio (48%), tramite pick-up point di terzi (32%), parcel locker (18%) e ritiro presso punti di proprietà (l’8%).

Customer care: la tecnologia come valida alleata

Nel customer care, la tecnologia diventa una valida alleata per seguire il consumatore durante l’intero percorso di interazione, dalla fase di pre-vendita (sistemi di personal shopping) alla fase di vendita (livestream shopping), e post-vendita (livechat). Non da ultimo, il customer care viene percepito come fonte di valore per il merchant. Grazie alla possibilità di raccogliere dati e insight dal consumatore, si possono migliorare non solo i processi di vendita, ma l’intera catena del valore fino all’ideazione e produzione del prodotto. Per quanto concerne i canali di relazione con il cliente, una ricerca sui top 100 merchant italiani mostra come l’email sia lo strumento più adottato (86%), seguito da telefono (77%), e social (68%).

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Economia

Mercato del lavoro, in Lombardia cresce l’occupazione

La Lombardia è da sempre la locomotiva dell’economia italiana e la “patria” del lavoro. Lo confermano anche gli ultimi dati relativi all’occupazione, recentemente diffusi da Unioncamere, che evidenziano come in regione sia ripresa a pieno ritmo la tendenza all’occupazione, recuperando i livelli pre-crisi. Insomma, la Lombardia ha saputo reagire ai contraccolpi dell’emergenza sanitaria e dei suoi effetti, rimettendosi in moto con nuovo dinamismo.

I dati diffusi da Unioncamere

Nel primo trimestre 2022 gli occupati in Lombardia sono 4 milioni e 365 mila, ben 133 mila in più rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso. In termini percentuali la crescita è pari al +3,1%, un valore leggermente inferiore al dato italiano (+4,8%). Il tasso di occupazione nella regione si conferma però tra i più elevati a livello nazionale, attestandosi al 67,1%. Prosegue quindi il processo di ripresa dell’occupazione lombarda, avviato nel 2° trimestre 2021 dopo la crisi generata dall’emergenza sanitaria. Il recupero dei livelli non è però ancora completo: mancano infatti 82 mila occupati per raggiungere i valori del 2019 e 1,3 punti percentuali per quanto riguarda il tasso di occupazione. I maggiori contributi alla crescita in questo trimestre provengono dalla componente maschile della forza lavoro (+3,6% su base annua), dopo tre trimestri in cui erano state soprattutto le donne a trainare l’occupazione. Segnali positivi arrivano dalle attività commerciali, di alloggio e ristorazione (+9,1%) – che sono tuttavia ancora lontane dal recuperare i livelli persi a seguito della crisi – e dai lavoratori indipendenti (+4,1%), che nel 2021 avevano mostrato una tendenza ancora negativa.

Cala il tasso di disoccupazione

L’aumento dell’occupazione si associa a un calo del numero di persone in cerca di lavoro: il tasso di disoccupazione scende al 5,5%, un valore inferiore sia al 2021 che ai livelli pre-crisi, grazie in particolare alla discesa della componente maschile. Aumenta anche il tasso di attività (71%), ma il processo di rientro delle persone uscite dal mercato del lavoro è lento: mancano infatti ancora due punti per raggiungere i livelli del 2019. I dati di flusso confermano la fase di crescita in corso: il saldo tra assunzioni e cessazioni è positivo (+76 mila contratti) e in miglioramento rispetto al 2020-2021, in linea con quanto registrato nel 2019. Su base annua la crescita è pari a 157 mila posizioni lavorative. Il contributo più corposo giunge dai contratti a termine (+70 mila posizioni su base annua), ma rimane rilevante l’apporto del tempo indeterminato (+37 mila), grazie in particolare alla crescita delle trasformazioni.

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Curiosità in numeri

Gli italiani vogliono cambiare lavoro

Dopo la pandemia gli italiani hanno voglia di cambiamento, a cominciare dal lavoro, e cercano un’occupazione più compatibile con le esigenze di vita personale, e più appagante sotto il profilo professionale ed economico. A descrivere il sentiment degli italiani è l’indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro, dal titolo Italiani e lavoro nell’anno della transizione, condotta in collaborazione con SWG. E dall’indagine emerge come più della metà dei lavoratori (55%) desideri una nuova occupazione perché quella attuale non è più soddisfacente, e il 15% si sia attivato per cercare un altro impiego. Si tratta di un fenomeno trasversale, diffuso non solo tra i giovani e determinate categorie di lavoratori, e decisamente nuovo per un mercato del lavoro da sempre caratterizzato da stabilità e basso turnover interno.

Voltare pagina per insoddisfazione o voglia di novità

A pesare sulla decisione di voler voltare pagina sono l’insoddisfazione (38,7%) e la voglia di novità (35,4%), meno la scadenza del contratto (9,8%) o la paura di perdere il lavoro (11,8%). Alla base dell’insoddisfazione, salari bassi (31,9%) e scarse opportunità di carriera (40,9%).
Ma non è solo il miglioramento retributivo e professionale a spingere al cambiamento. Il 49% degli italiani indica tra i requisiti irrinunciabili della nuova occupazione un maggiore equilibrio personale, minori livelli di stress e più tempo da dedicare a sé stessi. Il benessere individuale, complice anche i due anni di pandemia, è l’obiettivo soprattutto di under 35 e 35-44enni, prioritario rispetto al miglioramento economico.

Stipendi troppo bassi, tassazione elevata, scarsa meritocrazia

I mali del lavoro non derivano infatti solo dalle condizioni economiche. Dopo gli stipendi troppo bassi (56,7%) e la tassazione elevata (43,9%), l’altra criticità è la scarsa meritocrazia del sistema (33%). Un tema avvertito con maggiore urgenza rispetto a quello della precarietà, soprattutto dai giovani. L’idea del ‘posto fisso’ perde dunque appeal. Per quanto un lavoro sicuro resti un obiettivo irrinunciabile per chi sta cercando un’occupazione (25,3%), l’assenza di meritocrazia limita ancor più i pochi spazi di crescita esistenti. D’altronde, la pandemia ha innescato una forte accelerazione tecnologica, costringendo anche i lavoratori più resistenti a fare i conti con le nuove modalità. Il 61% degli intervistati afferma che la rivoluzione tecnologica ha cambiato il lavoro, e una percentuale minoritaria (13,9%) la boccia perché ha reso il lavoro più complicato (14,6%) e disumano (11,1%).

Colpa dello smart working?

Secondo la ricerca, riferisce Adnkronos, è lo smart working ad avere giocato un ruolo decisivo. Se nel 2021 gli smartworker fornivano un giudizio ambivalente, evidenziando le criticità connesse al lavoro da remoto, nel 2022 l’84,2% dei lavoratori ‘agili’ promuove a pieni voti questo modello, perché concilia lavoro e vita privata. Il 31,8% degli italiani non accetterebbe di tornare a lavorare in presenza, il 16,9% cambierebbe lavoro e il 9,3% potrebbe addirittura licenziarsi. Un modello, dunque, che si consolida e che cambia non solo il lavoro, ma anche la cultura sottostante.
Il 50,2% dei lavoratori dipendenti preferirebbe, infatti, essere valutato sui risultati piuttosto che sull’orario di lavoro.

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Curiosità in numeri

La giornata ideale? Inizia con un sonno notturno riposante

Il sonno notturno è rigenerante, e se il buongiorno si vede dal mattino per gli italiani considerare la propria giornata appagante significa avere uno stato emozionale e mentale equilibrati. Secondo la ricerca di Emma, The Sleep Company, azienda produttrice di sistemi per il sonno, le 5 condizioni che definiscono un ‘buon’ giorno per gli italiani sono riuscire a svolgere normalmente le attività quotidiane (59%), essere di buonumore (59%), mantenere alte le capacità cognitive (41%), vivere la giornata senza ansie (40%) e avere controllo sulle emozioni personali (26%). Quasi tutti gli italiani (90%) sono consapevoli che le loro performance giornaliere sono influenzate dalla qualità del sonno notturno. Ma come si svegliano al mattino?

Un italiano su 4 si sveglia male almeno 3 o 4 volte alla settimana

Negli ultimi sei mesi oltre 1 italiano su 4 (26%) si è svegliato male per metà giorni della settimana, stanco e senza energia almeno 3 o 4 volte nel corso della settimana. Tali condizioni si traducono in scarse performance mentali e malessere emotivo, e il 53,5% avverte capacità cognitive inferiori, il 45% è di cattivo umore, percepisce poco controllo sulle emozioni personali (26%) o accusa stati d’ansia (25%). Se un buon riposo notturno è la chiave di volta per iniziare la giornata nel migliore dei modi, quasi 9 italiani su 10 (87%) sono insoddisfatti della qualità del proprio sonno, e solo il 13% valuta il proprio riposo notturno ottimale. Il 7% dorme infatti tra 3-5 ore a notte, quando invece bisognerebbe riposare 7-9 ore.

Pensieri e stress, fatica ad addormentarsi e risvegli notturni

Le notti degli italiani paiono essere difficoltose soprattutto a causa di tre fattori principali: preoccupazioni, difficoltà ad addormentarsi e sonno frammentato. Infatti, oltre la metà (52%) è disturbato da pensieri stressanti che fanno capolino proprio al momento di stendersi a letto, il 34% trova faticosa la fase di addormentamento, e i continui risvegli notturni mettono a dura prova il 31%. Perché il sonno notturno sia effettivamente rigenerante è fondamentale considerare la camera da letto come ‘un tempio di pace’. Device tecnologici e altre attività dovrebbero essere banditi, eppure il 65% ama molto stare sotto le coperte usando smartphone e tablet o guardando la TV (30%).

Perché dormire bene è importante?

Una buona qualità del sonno può essere collegata al successo professionale e a maggiori guadagni, può aiutare gli studenti a conseguire voti più alti e incrementare il desiderio sessuale.
Inoltre, un buon riposo facilita la risoluzione di problemi: il 62% delle persone che ha dormito bene è in grado di risolvere quesiti complicati, rispetto al 24% di chi ha riposato male. Basta anche soltanto una notte di sole quattro ore di sonno a ridurre del 70% la circolazione delle cellule NK Natural Killer (globuli bianchi coinvolti nelle risposte immunitarie). E sono sufficienti anche solo due notti non riposanti consecutive per far apparire una persona meno attraente e sana, mentre chi dorme meglio vanta livelli di invecchiamento cutaneo particolarmente bassi.

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Economia

Come modificare il 730 precompilato e come inviarlo?

La dichiarazione 730 precompilata è ora disponibile per essere inviata, fino al prossimo 30 settembre. Per il modello redditi delle persone fisiche il tempo a disposizione per l’invio della dichiarazione si dilata fino al 30 novembre. Per accedere all’area è necessario essere in possesso di credenziali del sistema pubblico di identità digitale (spid), carta d’identità elettronica (cie), carta nazionale dei servizi (cns). Ma cosa si trova sul documento? Si trovano qui già caricate diverse voci, come le spese sanitarie a quelle universitarie; le spese funebri ai premi assicurativi, dai contributi previdenziali ai bonifici per interventi di ristrutturazione edilizia e di riqualificazione energetica, e altro ancora. Chi accetta online il 730 precompilato senza apportare modifiche non dovrà più esibire le ricevute che attestano oneri detraibili e deducibili e non sarà sottoposto a controlli documentali.

Cosa si può modificare

Entrando nel documento con le credenziali indicate sopra, il contribuente può effettuare diverse operazioni. Ad esempio modificare i dati, integrare le informazioni e naturalmente inviare la dichiarazione all’Agenzia delle Entrate. Come ricorda la stessa Agenzia, sia il 730 precompilato che quello persone fisiche ”contengono già diversi dati inseriti automaticamente, tra cui le detrazioni per spese sanitarie, spese universitarie, spese per premi assicurativi, contributi previdenziali, bonifici per interventi di ristrutturazione edilizia e di riqualificazione energetica”. All’interno del servizio è possibile visualizzare, modificare e/o integrare la propria dichiarazione e infine inviarla all’Agenzia. Una volta effettuato l’invio, la dichiarazione con il protocollo dell’invio resta visualizzabile e scaricabile all’interno della propria area autenticata. Ovviamente l’intero processo è gratuito.

Cosa si può correggere a giugno

Per quanto riguarda il mese di giugno, dal 6 è possibile inviare il modello Redditi correttivo per correggere o sostituire il modello 730 o il modello Redditi già inviato. Entro il 20 giugno, invece, si può provvedere all’annullamento – una sola volta, però – del 730 inviato. La novità del 2022, riferisce Adnkronos, è la possibilità di affidare la gestione della propria dichiarazione a un familiare. In particolare, sarà possibile conferire una procura al coniuge o a un parente (o affine) entro il quarto grado attraverso un apposito modello, disponibile sul sito istituzionale dell’Agenzia. Il modello potrà essere inviato dal contribuente (rappresentato) direttamente online tramite i servizi telematici, allegando copia della carta d’identità del rappresentante oppure via pec a una qualsiasi direzione provinciale delle Entrate. Nel caso di trasmissione tramite pec di una scansione del documento cartaceo (ad esempio il modello di procura firmato su carta) e nel caso di presentazione presso uno sportello dell’Agenzia sarà necessario allegare copia della carta d’identità di entrambi, rappresentato e rappresentante.

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Economia

Produzione industriale lombarda: i dati del I° trimestre 2022

I dati del primo trimestre 2022 relativi alla produzione industriale lombarda mostrano risultati positivi, ma nonostante la domanda rimanga sostenuta, si affacciano preoccupazioni per la capacità produttiva legate all’approvvigionamento delle materie prime e i rincari energetici. Nei primi tre mesi dell’anno, la produzione industriale lombarda riduce l’intensità della crescita congiunturale (+1,8% rispetto al trimestre precedente), mentre la variazione tendenziale registra un +11,2%. Il risultato positivo è diffuso a quasi tutti i settori, a eccezione dei Mezzi di trasporto, che registrano un lieve calo tendenziale (-0,1%). Fanno ancora da traino al recupero produttivo gli ordini esteri, cresciuti del 4,0% rispetto al trimestre precedente, e cresce anche la domanda interna, anche se con intensità ridotta: +2,7%. Risultati positivi anche per le aziende artigiane manifatturiere, che segnano una crescita della produzione del +2,0% congiunturale e del 9,6% tendenziale. Per queste imprese rivolte maggiormente al mercato interno, gli ordini sono postivi, ma meno dinamici: +1,2% congiunturale.

Incrementi tendenziali dei livelli produttivi per quasi tutti i settori

La maggior parte dei settori industriali aprono il 2022 con incrementi tendenziali dei livelli produttivi. Da segnalare la buona performance di Pelli-Calzature (+29,0%), Abbigliamento (+27,6%) e Tessile (+22,8%), e incrementi sopra la media per Manifatturiere varie (+12,7%) e Minerali non metalliferi (+11,5%). Tassi di crescita anche per Meccanica (+10,2%), Alimentare (+10,1%) e Carta-stampa (+10,1%), e con intensità minori, per Legno-mobilio (+9,7%), Siderurgia (+9,4%), Gomma-plastica (+7,5%), Chimica (+5,9%) e Mezzi di trasporto (+3,4%). La propensione all’estero influisce positivamente sui livelli produttivi. I settori con maggiori quote di fatturato estero presentano infatti livelli dell’indice della produzione maggiori.

Imprese artigiane: fatturato +1,9% congiunturale e + 12% tendenziale

Il fatturato a prezzi correnti dell’industria segna un buon risultato tendenziale (+19,1%) e un incremento sul trimestre precedente (+1,7%). Gli incrementi di prezzo dei prodotti finiti, con un’ulteriore crescita congiunturale (+8,3%), influiscono sul risultato. Per le imprese artigiane il fatturato cresce dell’1,9% congiunturale e del 12% tendenziale. Anche in questo caso va considerata la dinamica dei prezzi dei prodotti finiti, cresciuti del 10% rispetto al trimestre precedente. La dinamica congiunturale degli ordini interni (+2,7% congiunturale) mostra segnali di indebolimento per l’industria, mentre gli ordini esteri crescono del 4%. Risultati più contenuti per l’artigianato rispetto al trimestre precedente: +1,2% sia per gli ordini interni sia esteri. La quota del fatturato estero sul totale rimane elevata per le imprese industriali (38,9%) e resta poco rilevante e in diminuzione per le imprese artigiane (6,9%).

Le aspettative per il prossimo trimestre si fanno più caute

Rimane alta l’attenzione sui prezzi per i rincari di beni energetici, materie prime e componenti varie. Rispetto al I° trimestre 2021 i prezzi delle materie prime sono cresciuti mediamente del 57,6% per le imprese industriali e del 76,8% per le artigiane. Persistono difficoltà di approvvigionamento con rallentamenti e interruzioni delle catene di fornitura. Le aspettative delle aziende per il prossimo trimestre si fanno più caute. Rimangono in area positiva per l’industria, ma i saldi si riducono per tutte le variabili, con quote cospicue di imprese che non prevedono variazioni nei livelli. Tra gli artigiani, invece, si fa già strada il segno negativo, più intenso per produzione, fatturato e ordini interni.

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Statistiche

Italiani e pandemia: più depressi durante i lockdown

Lo attesta uno studio italiano dedicato all’andamento temporale dei sintomi depressivi durante la pandemia: gli italiani sono più depressi, soprattutto durante le fasi di lockdown, anche i giovani tra i 18 e i 34 anni. Lo studio, condotto da ISS su oltre 55.000 interviste effettuate dal 2018 al 2020, è basato sul sistema di sorveglianza PASSI, ed è stato pubblicato sulla rivista Journal of Affective Disorders.  Si tratta del primo studio italiano che abbia esaminato l’andamento temporale dei sintomi depressivi durante la pandemia in campioni rappresentativi della popolazione generale adulta, e uno dei pochi nel mondo che abbia considerato un arco temporale lungo.

Le fasi di incremento e decremento dei sintomi depressivi

I risultati hanno mostrato un incremento dei sintomi depressivi soprattutto nel bimestre marzo-aprile 2020, con una prevalenza del 7,1% rispetto al 6,1% del 2018-19, seguito da un decremento nel bimestre maggio-giugno (4,4%), dopo la revoca del lockdown, e successivamente da un nuovo e più cospicuo incremento in luglio-agosto (8,2%).
È stato rilevato inoltre un ritorno graduale, entro la fine del 2020, ai livelli registrati nel biennio prima della pandemia: 7,5% nei mesi di settembre-ottobre e 5,9% a novembre-dicembre. Risultati in linea con quelli dei più rigorosi studi longitudinali condotti sulla popolazione generale in altre nazioni, e molto simili a quelli dello studio statunitense Household Pulse Survey, che ha evidenziato una fluttuazione dei sintomi depressivi tra aprile e dicembre 2020, con due picchi in luglio e in novembre.

Alcune categorie demografiche sono più a rischio

Mentre in media la risposta della popolazione italiana depone per una buona resilienza di fronte allo stress generato dalla pandemia, riferisce Agi, un più severo peggioramento, rispetto agli anni precedenti, è stato osservato in alcune categorie demografiche, in particolare nei giovani di 18-34 anni. I dati hanno evidenziato infatti un rischio aumentato di sintomatologia depressiva nei giovani, che in passato risultavano essere tipicamente un gruppo a minor rischio. Inoltre, rispetto a prima della pandemia, è aumentato il rischio legato all’essere donna o all’avere difficoltà economiche.

Promuovere azioni e interventi specifici per la salute mentale

“Sarà importante, nel breve e lungo periodo, promuovere azioni e interventi specifici e innovativi rispetto a nuovi bisogni di salute mentale emergenti come il potenziamento dei servizi per la salute mentale e politiche che coinvolgano anche i luoghi di lavoro e le scuole”, commenta Antonella Gigantesco del reparto Ricerca clinico-epidemiologica in salute mentale e comportamentale dell’ISS. La stessa World Health Assembly, nel maggio 2021 ha riconosciuto, all’interno del piano d’azione globale per la salute mentale 2013-2030, la necessità di potenziare i servizi di salute mentale, e l’OCSE nel suo documento sull’impatto della pandemia sulla popolazione, ha raccomandato l’adozione di un approccio integrato che dovrebbe anche prevedere programmi di promozione della salute mentale, non solo nel settore sanitario.

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Curiosità in numeri

Inglese, competenza necessaria per trovare lavoro in Italia

La conoscenza dell’inglese è diventata ormai una di quelle competenze necessarie per poter ambire a tantissimi lavori. La sentenza arriva da dallo studio condotto da Ef English Live – fa parte di EF Education First, l’azienda privata specializzata nel settore della formazione internazionale – che ha raccolto e analizzato circa 10.200 annunci di lavoro dai principali siti italiani. “Il nostro è stato un lavoro molto approfondito su un mercato come quello italiano che ci ha sempre incuriositi”, commenta Dario Traballi, marketing director Emea EF English Live. Sono stati analizzati in profondità ruoli, posizioni e anzianità in maniera tale da individuare i settori in cui questa lingua universale richiede maggiore utilizzo. Si tratta di uno studio dettagliato con l’obiettivo di avere una panoramica delle competenze richieste, tenendo presente anche il fattore geografico, e quindi in quali regioni italiane c’è più richiesta di conoscenza dell’inglese.

I settori dove l’inglese è più richiesto

è particolarmente richiesto nel settore delle vendite (14%), nei mestieri specializzati (13%) e nell’hospitality ed eventi (11%). Per quanto concerne la richiesta di conoscenza dell’inglese, il divario tra Nord e Sud del Paese è molto ampio. Negli ultimi anni, si è data per scontata la conoscenza della lingua inglese, ma probabilmente senza andare a fondo su quelli che sono i ruoli in cui è particolarmente richiesto. E se appare ormai quasi un requisito naturale per un addetto al marketing, sorprende come sia sempre più richiesto per un impiegato amministrativo, al primo posto della speciale graduatoria di EF English Live, con almeno un livello intermedio (nel 59% dei casi). Probabilmente questo accade per via della globalizzazione e dell’ampliamento del mercato. Lo stesso accade agli sviluppatori, sempre più alle prese con un linguaggio tecnico in lingua inglese. Sul podio anche i tecnici di manutenzione: avendo a che fare con macchinari o strumentazioni provenienti dalle grandi fabbriche, hanno istruzioni e comandi nella lingua universale. Il livello desiderato per la maggior parte dei ruoli ricoperti da amministrativi, sviluppatori e tecnici è quello medio.

Fondamentale nelle vendite

Un dato racconta il primato del settore vendite. Secondo lo studio di EF English Live infatti, in questo ramo c’è una probabilità tre volte più alta che l’inglese venga richiesto come requisito fondamentale rispetto al settore IT, in particolare al nord con il 62% dei casi. Anche per i mestieri qualificati è particolarmente richiesta la conoscenza della lingua più parlata al mondo. Anche qui il nord fa la parte del leone: 61% contro il 14% del sud e il 25% del centro Italia. Segue poi il settore dell’hospitality e degli eventi: l’11% dei 1168 annunci analizzati pone come requisito fondamentale la conoscenza dell’inglese.
È l’Emilia Romagna la regione in cui è più richiesta la lingua inglese: sono stati analizzati 1077 annunci, l’11% dei quali ne richiedeva la conoscenza. Sul podio fa notizia l’assenza della Lombardia: ci sono Piemonte (10% su 1046 annunci) e Toscana (10% su 1031). In coda Calabria, Valle d’Aosta e Basilicata (unica regione a 0%).