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Economia

Produzione industriale lombarda: i dati del I° trimestre 2022

I dati del primo trimestre 2022 relativi alla produzione industriale lombarda mostrano risultati positivi, ma nonostante la domanda rimanga sostenuta, si affacciano preoccupazioni per la capacità produttiva legate all’approvvigionamento delle materie prime e i rincari energetici. Nei primi tre mesi dell’anno, la produzione industriale lombarda riduce l’intensità della crescita congiunturale (+1,8% rispetto al trimestre precedente), mentre la variazione tendenziale registra un +11,2%. Il risultato positivo è diffuso a quasi tutti i settori, a eccezione dei Mezzi di trasporto, che registrano un lieve calo tendenziale (-0,1%). Fanno ancora da traino al recupero produttivo gli ordini esteri, cresciuti del 4,0% rispetto al trimestre precedente, e cresce anche la domanda interna, anche se con intensità ridotta: +2,7%. Risultati positivi anche per le aziende artigiane manifatturiere, che segnano una crescita della produzione del +2,0% congiunturale e del 9,6% tendenziale. Per queste imprese rivolte maggiormente al mercato interno, gli ordini sono postivi, ma meno dinamici: +1,2% congiunturale.

Incrementi tendenziali dei livelli produttivi per quasi tutti i settori

La maggior parte dei settori industriali aprono il 2022 con incrementi tendenziali dei livelli produttivi. Da segnalare la buona performance di Pelli-Calzature (+29,0%), Abbigliamento (+27,6%) e Tessile (+22,8%), e incrementi sopra la media per Manifatturiere varie (+12,7%) e Minerali non metalliferi (+11,5%). Tassi di crescita anche per Meccanica (+10,2%), Alimentare (+10,1%) e Carta-stampa (+10,1%), e con intensità minori, per Legno-mobilio (+9,7%), Siderurgia (+9,4%), Gomma-plastica (+7,5%), Chimica (+5,9%) e Mezzi di trasporto (+3,4%). La propensione all’estero influisce positivamente sui livelli produttivi. I settori con maggiori quote di fatturato estero presentano infatti livelli dell’indice della produzione maggiori.

Imprese artigiane: fatturato +1,9% congiunturale e + 12% tendenziale

Il fatturato a prezzi correnti dell’industria segna un buon risultato tendenziale (+19,1%) e un incremento sul trimestre precedente (+1,7%). Gli incrementi di prezzo dei prodotti finiti, con un’ulteriore crescita congiunturale (+8,3%), influiscono sul risultato. Per le imprese artigiane il fatturato cresce dell’1,9% congiunturale e del 12% tendenziale. Anche in questo caso va considerata la dinamica dei prezzi dei prodotti finiti, cresciuti del 10% rispetto al trimestre precedente. La dinamica congiunturale degli ordini interni (+2,7% congiunturale) mostra segnali di indebolimento per l’industria, mentre gli ordini esteri crescono del 4%. Risultati più contenuti per l’artigianato rispetto al trimestre precedente: +1,2% sia per gli ordini interni sia esteri. La quota del fatturato estero sul totale rimane elevata per le imprese industriali (38,9%) e resta poco rilevante e in diminuzione per le imprese artigiane (6,9%).

Le aspettative per il prossimo trimestre si fanno più caute

Rimane alta l’attenzione sui prezzi per i rincari di beni energetici, materie prime e componenti varie. Rispetto al I° trimestre 2021 i prezzi delle materie prime sono cresciuti mediamente del 57,6% per le imprese industriali e del 76,8% per le artigiane. Persistono difficoltà di approvvigionamento con rallentamenti e interruzioni delle catene di fornitura. Le aspettative delle aziende per il prossimo trimestre si fanno più caute. Rimangono in area positiva per l’industria, ma i saldi si riducono per tutte le variabili, con quote cospicue di imprese che non prevedono variazioni nei livelli. Tra gli artigiani, invece, si fa già strada il segno negativo, più intenso per produzione, fatturato e ordini interni.

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Statistiche

Italiani e pandemia: più depressi durante i lockdown

Lo attesta uno studio italiano dedicato all’andamento temporale dei sintomi depressivi durante la pandemia: gli italiani sono più depressi, soprattutto durante le fasi di lockdown, anche i giovani tra i 18 e i 34 anni. Lo studio, condotto da ISS su oltre 55.000 interviste effettuate dal 2018 al 2020, è basato sul sistema di sorveglianza PASSI, ed è stato pubblicato sulla rivista Journal of Affective Disorders.  Si tratta del primo studio italiano che abbia esaminato l’andamento temporale dei sintomi depressivi durante la pandemia in campioni rappresentativi della popolazione generale adulta, e uno dei pochi nel mondo che abbia considerato un arco temporale lungo.

Le fasi di incremento e decremento dei sintomi depressivi

I risultati hanno mostrato un incremento dei sintomi depressivi soprattutto nel bimestre marzo-aprile 2020, con una prevalenza del 7,1% rispetto al 6,1% del 2018-19, seguito da un decremento nel bimestre maggio-giugno (4,4%), dopo la revoca del lockdown, e successivamente da un nuovo e più cospicuo incremento in luglio-agosto (8,2%).
È stato rilevato inoltre un ritorno graduale, entro la fine del 2020, ai livelli registrati nel biennio prima della pandemia: 7,5% nei mesi di settembre-ottobre e 5,9% a novembre-dicembre. Risultati in linea con quelli dei più rigorosi studi longitudinali condotti sulla popolazione generale in altre nazioni, e molto simili a quelli dello studio statunitense Household Pulse Survey, che ha evidenziato una fluttuazione dei sintomi depressivi tra aprile e dicembre 2020, con due picchi in luglio e in novembre.

Alcune categorie demografiche sono più a rischio

Mentre in media la risposta della popolazione italiana depone per una buona resilienza di fronte allo stress generato dalla pandemia, riferisce Agi, un più severo peggioramento, rispetto agli anni precedenti, è stato osservato in alcune categorie demografiche, in particolare nei giovani di 18-34 anni. I dati hanno evidenziato infatti un rischio aumentato di sintomatologia depressiva nei giovani, che in passato risultavano essere tipicamente un gruppo a minor rischio. Inoltre, rispetto a prima della pandemia, è aumentato il rischio legato all’essere donna o all’avere difficoltà economiche.

Promuovere azioni e interventi specifici per la salute mentale

“Sarà importante, nel breve e lungo periodo, promuovere azioni e interventi specifici e innovativi rispetto a nuovi bisogni di salute mentale emergenti come il potenziamento dei servizi per la salute mentale e politiche che coinvolgano anche i luoghi di lavoro e le scuole”, commenta Antonella Gigantesco del reparto Ricerca clinico-epidemiologica in salute mentale e comportamentale dell’ISS. La stessa World Health Assembly, nel maggio 2021 ha riconosciuto, all’interno del piano d’azione globale per la salute mentale 2013-2030, la necessità di potenziare i servizi di salute mentale, e l’OCSE nel suo documento sull’impatto della pandemia sulla popolazione, ha raccomandato l’adozione di un approccio integrato che dovrebbe anche prevedere programmi di promozione della salute mentale, non solo nel settore sanitario.

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Curiosità in numeri

Inglese, competenza necessaria per trovare lavoro in Italia

La conoscenza dell’inglese è diventata ormai una di quelle competenze necessarie per poter ambire a tantissimi lavori. La sentenza arriva da dallo studio condotto da Ef English Live – fa parte di EF Education First, l’azienda privata specializzata nel settore della formazione internazionale – che ha raccolto e analizzato circa 10.200 annunci di lavoro dai principali siti italiani. “Il nostro è stato un lavoro molto approfondito su un mercato come quello italiano che ci ha sempre incuriositi”, commenta Dario Traballi, marketing director Emea EF English Live. Sono stati analizzati in profondità ruoli, posizioni e anzianità in maniera tale da individuare i settori in cui questa lingua universale richiede maggiore utilizzo. Si tratta di uno studio dettagliato con l’obiettivo di avere una panoramica delle competenze richieste, tenendo presente anche il fattore geografico, e quindi in quali regioni italiane c’è più richiesta di conoscenza dell’inglese.

I settori dove l’inglese è più richiesto

è particolarmente richiesto nel settore delle vendite (14%), nei mestieri specializzati (13%) e nell’hospitality ed eventi (11%). Per quanto concerne la richiesta di conoscenza dell’inglese, il divario tra Nord e Sud del Paese è molto ampio. Negli ultimi anni, si è data per scontata la conoscenza della lingua inglese, ma probabilmente senza andare a fondo su quelli che sono i ruoli in cui è particolarmente richiesto. E se appare ormai quasi un requisito naturale per un addetto al marketing, sorprende come sia sempre più richiesto per un impiegato amministrativo, al primo posto della speciale graduatoria di EF English Live, con almeno un livello intermedio (nel 59% dei casi). Probabilmente questo accade per via della globalizzazione e dell’ampliamento del mercato. Lo stesso accade agli sviluppatori, sempre più alle prese con un linguaggio tecnico in lingua inglese. Sul podio anche i tecnici di manutenzione: avendo a che fare con macchinari o strumentazioni provenienti dalle grandi fabbriche, hanno istruzioni e comandi nella lingua universale. Il livello desiderato per la maggior parte dei ruoli ricoperti da amministrativi, sviluppatori e tecnici è quello medio.

Fondamentale nelle vendite

Un dato racconta il primato del settore vendite. Secondo lo studio di EF English Live infatti, in questo ramo c’è una probabilità tre volte più alta che l’inglese venga richiesto come requisito fondamentale rispetto al settore IT, in particolare al nord con il 62% dei casi. Anche per i mestieri qualificati è particolarmente richiesta la conoscenza della lingua più parlata al mondo. Anche qui il nord fa la parte del leone: 61% contro il 14% del sud e il 25% del centro Italia. Segue poi il settore dell’hospitality e degli eventi: l’11% dei 1168 annunci analizzati pone come requisito fondamentale la conoscenza dell’inglese.
È l’Emilia Romagna la regione in cui è più richiesta la lingua inglese: sono stati analizzati 1077 annunci, l’11% dei quali ne richiedeva la conoscenza. Sul podio fa notizia l’assenza della Lombardia: ci sono Piemonte (10% su 1046 annunci) e Toscana (10% su 1031). In coda Calabria, Valle d’Aosta e Basilicata (unica regione a 0%). 

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Economia

Computer in calo: l’effetto pandemia è finito

Secondo le ultime rilevazioni delle società di analisi Idc e Gartner, il mercato dei pc nel primo trimestre del 2022 ha registrato una netta flessione rispetto a un anno fa, pari al -5,1% secondo Idc e al -7,7% secondo Gartner. Insomma, dopo il boom di dad e smart working in seguito alla pandemia, dalla fine del 2021 le spedizioni di pc sono calate, e i Chromebook guidano la discesa, ulteriormente ampliata dalle sanzioni imposte alla Russia. Gran parte di questo calo, per entrambe le agenzie, è dovuto ai Chromebook, i portatili economici dotati di sistema operativo Google, le cui spedizioni sono diminuite in tutti i paesi che nei mesi scorsi ne avevano decretato il successo, grazie all’acquisto da parte di scuole e istituti di formazione.

Chromebook: -7,7% di spedizioni rispetto al primo trimestre 2021

I Chromebook sono infatti modelli usati per lo più in ambito scolastico, tanto da aver sorpassato nel 2020 i MacBook di Apple all’interno del particolare scenario di utilizzo negli Stati Uniti. Se Idc riporta un totale di 80,5 milioni di spedizioni di pc nell’ultimo trimestre del 2021, Gartner vede la cifra al ribasso, pari a 77,5 milioni, per un calo del 7,7% rispetto al primo trimestre del 2021.

Lenovo è ancora il marchio più venduto

In particolare, è proprio Gartner ad affermare che senza contare i Chromebook il mercato dei computer sarebbe aumentato del 3,3% anno su anno. Anche Idc ha rilevato un rallentamento nell’acquisto di pc da parte degli istituti di istruzione, un mercato che utilizza oltre 40 milioni di Chromebook per insegnanti e studenti. Quanto ai brand è Lenovo ancora il marchio più venduto, seguito da HP, Dell e Apple. Di questi, solo Dell e Apple hanno registrato una crescita nei numeri, seguiti dai dispositivi targati Asus.

Dopo due anni di boom il mercato dei pc sta iniziando a stabilizzarsi

Nel primo trimestre dello scorso anno, ricorda Ansa, spinti dal boom di smart working e dad, il segmento dei computer aveva fatto segnare un +15% in confronto ai dati del 2020, il rialzo maggiore degli ultimi 20 anni. Entrambi gli analisti concordano sul fatto che ora il mercato dei pc sta iniziando a stabilizzarsi dopo due anni di aumento delle spedizioni. Gartner ha citato anche la guerra in corso in Ucraina come un fattore che ha contribuito alla mancanza di crescita dell’ultimo trimestre 2021, poiché molte aziende hanno smesso di spedire i loro dispositivi in Russia, a causa delle sanzioni economiche.

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Eccellenze online

Ogni quanti anni bisogna cambiare la caldaia?

Sebbene le caldaie a gas abbiano una vita lunga, non sono per sempre. Sicuramente ti sei chiesto più volte quando è il momento di pensare alla sostituzione caldaia, e la verità è che il momento esatto dipende dall’uso, dalla manutenzione, dalle condizioni dell’acqua e dal luogo in cui è installato il dispositivo.

Ogni quanto va cambiata la caldaia a gas?

La media per cambiare la caldaia è compresa tra 10 e 15 anni, un arco di tempo ragionevole. Se la tua caldaia ha più di 20 anni, è necessario apportare una modifica anche se ancora funziona correttamente.

Le riparazioni di questo tipo di caldaie non sono generalmente convenienti poiché le parti di ricambio non si trovano più in commercio e le modifiche alternative non sono durevoli nel tempo.

Se hai una caldaia che ha più di 15 anni dunque, probabilmente il suo funzionamento non è del tutto ottimale, e nemmeno la sua efficienza energetica.

Al contrario, se la tua caldaia ha più di 10 anni, rientra ancora nel range della sua vita utile, ma se il dispositivo presenta qualche tipo di guasto o anomalia, l’ideale sarebbe apportare una buona manutenzione.

Segnali che ti dicono che è ora di cambiare la tua caldaia a gas

Ecco alcuni dei motivi per cui dovresti eventualmente pensare di cambiare la tua caldaia a gas con una nuova. Ciò può essere dovuto a diversi motivi come guasti, risparmio energetico o a causa di nuove normative.

Per quel che riguarda i guasti:

  • Il calcare nell’acqua è il peggior nemico della tua caldaia e nel corso degli anni può causare più di un guasto.
  • Se la caldaia impiega molto tempo ad accendersi o non emette acqua calda, è segno che c’è un guasto nella caldaia.
  • Quando la caldaia fa dei rumori strani, non è normale; potrebbe essere un guasto che ci costringe a cambiare la caldaia.
  • Se ci sono perdite d’acqua, è possibile che si tratti di un guasto della valvola di sicurezza che dovrebbe essere sostituita. Se il problema persiste, si consiglia di sostituire la caldaia.

Per quel che riguarda il risparmio energetico:

Può darsi che l’efficienza energetica della caldaia sia bassa e non ce ne rendiamo conto. Questo vale soprattutto per le vecchie caldaie, che non garantiscono un adeguato livello di efficienza energetica.

Grazie al risparmio energetico, le nuove caldaie sul mercato hanno prestazioni più elevate e consentono di risparmiare sulla bolletta del gas grazie alla loro tecnologia. Ciò vale soprattutto per quelle a condensazione.

Per quel che riguarda le nuove normative:

Tieni conto delle nuove normative europee; la tua caldaia potrebbe non soddisfare i requisiti e dovresti per questo cambiarla. Le caldaie installate 10 anni fa o più non sono più consentite dall’Unione Europea a causa delle loro basse prestazioni e dell’elevata emissione di gas inquinanti, ad esempio.

I vantaggi di sostituire la tua caldaia a gas obsoleta con una nuova

Le caldaie a condensazione sono le più efficienti sul mercato, rispettano l’ambiente e garantiscono un minor consumo di gas contribuendo a rendere più leggera la bolletta.

In questo senso è preferibile sostituire la caldaia con una più nuova ed evoluta che garantisca una maggiore efficienza. Ecco di seguito alcuni vantaggi del far installare una nuova caldaia:

  • L’acqua si riscalda più rapidamente, così come i termosifoni
  • A medio termine, cambiare la tua vecchia caldaia sarà una decisione vantaggiosa poiché potresti risparmiare circa il 15% di energia.
  • Le nuove caldaie hanno meno emissioni di CO2, riducono il consumo di combustibili fossili e quindi l’ambiente è salvaguardato.
  • Grazie alla loro efficienza, le nuove caldaie sfruttano il calore che proviene dalla combustione stessa e lo convertono in energia.

Infine il periodo migliore per cambiare la caldaia è l’estate, poiché è questo il periodo in cui non è necessario accendere il riscaldamento e l’acqua calda non è necessaria come in inverno.

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Curiosità in numeri

Quanto si considera sostenibile l’Italia?

Le scelte sostenibili stanno diventando sempre più importanti all’interno della vita degli italiani, ma quanto si considera sostenibile l’Italia? Risponde un sondaggio commissionato da Omio e realizzato da YouGov, che ha chiesto agli italiani di autovalutarsi in ambito di sostenibilità. E a quanto emerge dal sondaggio la maggior parte degli intervistati si considera abbastanza consapevole sulle tematiche ambientali, mentre uno su cinque pensa di poter fare di più. La generazione dei Fridays for Future è la più critica con sé stessa: il 21% dei 18-24enni afferma di non adottare un approccio sufficientemente green.

Più eco-friendly utilizzando treno e autobus

Il 63% del totale considera invece il proprio comportamento quotidiano abbastanza sostenibile, anche se vede anche ulteriori possibilità per agire in materia di rispetto dell’ambiente. Il 17% invece si considera già molto sostenibile e non ritiene necessari ulteriori miglioramenti. Solo il 2% non è interessato al tema. Ma dove intravedere concrete opportunità per mettere in atto decisioni amiche dell’ambiente? Il 4% ritiene che rinunciare ai viaggi aerei in favore di spostamenti in treno e autobus sia una possibile soluzione, mentre per il 17% utilizzare mezzi pubblici e bicicletta può avere un impatto significativo sull’ambiente. Il 33% degli intervistati considera infatti treni e autobus alternative sostenibili, e il 27% ritiene che si dovrebbero evitare i viaggi in aereo (15%) e le crociere (12%).

Costo, opzioni di viaggio e durata gli ostacoli principali

Il 41% vorrebbe avere a disposizione alternative di viaggio sostenibili più economiche o di egual costo. Per il 19% anche i biglietti degli autobus e dei treni sono troppo costosi. Più di un terzo (35%) lamenta la mancanza di opzioni e di informazioni sulle alternative di viaggio sostenibili, tra cui collegamenti veloci in autobus e in treno. La percentuale aumenta se si considerano le fasce più giovani: il 45% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni pensa di non avere alternative. E un terzo (34%) vorrebbe più informazioni su come viaggiare in modo più sostenibile.
Oltre al prezzo, anche il tempo è un fattore decisivo: il 32% considera l’autobus e il treno poco veloci, mentre il 37% ritiene che non garantiscano la stessa flessibilità dell’auto.

Dalla riduzione dei rifiuti al cibo vegetariano o vegano

In ogni caso, viaggiare in modo sostenibile non significa solamente utilizzare mezzi eco-friendly. Il 37% ritiene importante anche la quantità di rifiuti da imballaggio prodotti in loco, mentre il 23% cerca di prediligere alloggi sostenibili. Inoltre, oltre al comportamento di viaggio, quasi la metà (48%) degli intervistati ritiene che utilizzare prodotti riciclati possa contribuire al benessere del pianeta. In particolare, il 12% considera i prodotti realizzati in modo davvero sostenibile una valida opzione. Importanti anche le scelte alimentari: per il 10% il consumo di cibi vegetariani o vegani è l’aspetto più rilevante della vita quotidiana per agire in modo più sostenibile.

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Curiosità in numeri

Ibrido e flessibile, lo smart working al tempo del lavoro liquido

Lavoro liquido: a che punto siamo tra Smart working e nuova governance? È il titolo di un’indagine condotta a marzo 2022 da Reverse, azienda internazionale di risorse umane, insieme ad altri partner.  L’indagine mette a confronto le opinioni di lavoratori e management aziendale. E lavoratori e aziende concordano su una linea comune: mantenere lo Smart working in futuro. Dalla nuova gestione liquida del lavoro non si torna più indietro. E se all’unanimità si chiede una soluzione di Smart working ibrida e flessibile, i maggiori sostenitori di questa soluzione sono gli intervistati tra i 20 e i 30 anni.
Ma è molto sentita, sia da aziende sia da lavoratori, anche la questione della reperibilità e della disconnessine durante il lavoro da remoto.

Disconnessione, un’esigenza molto sentita

Si tratta di un tema che raccoglie molti aspetti. Riguarda infatti le normative, la modalità di lavoro per obiettivi, e la capacità dell’azienda di mantenere l’engagement dei propri collaboratori anche da remoto. Il 45% dei lavoratori afferma che lavorando da casa ha sofferto molto per una maggiore richiesta di disponibilità online. Dai racconti degli HR emerge un’azione decisa delle aziende per trovare la corretta gestione della reperibilità di chi lavora in Smart working, mettendo in pratica azioni di diverso tipo, dall’ufficializzazione dell’ampliamento dell’orario di reperibilità per chi lavora in Smart working alla gestione autonoma dei team. Ma una regolamentazione è sentita come necessaria da entrambe le parti.

Chi deve sostenere i costi?

L’80% dei lavoratori sostiene che l’azienda dovrebbe partecipare alle spese sostenute da chi lavora da casa (connessione ad internet, postazione di lavoro, ecc.). In netto contrasto il parere delle aziende, la cui totalità non prevede di modificare il contratto includendo una partecipazione alle spese per chi lavora in Smart working. Ma sia lavoratori sia aziende sono concordi nel volgersi verso un’organizzazione del lavoro per obiettivi. Il 56% dei lavoratori afferma che la propria azienda ha riprogrammato il lavoro su obiettivi per agevolare il lavoro da remoto. E il 60% degli HR Manager afferma di aver introdotto o essere in procinto di introdurre modalità di lavoro per obiettivi in cui l’orario è fluido.

Spazi di lavoro e percorsi di formazione mirata

Secondo il 60% dei lavoratori è necessario adeguare gli spazi alla nuova modalità di lavoro liquido. Gli HR Manager affermano che le aziende stanno modificando completamente e in tempi molto rapidi il loro assetto (Open space, pc portatili, desk sharing). L’82% dei lavoratori afferma poi che introducendo lo Smart working l’azienda deve porre maggiore attenzione ai percorsi di formazione. E secondo il 90% delle aziende sono stati istituiti percorsi di formazione per i collaboratori su specifiche piattaforme online di e-learning o tramite webinar, e in alcuni casi, di aver avviato Academy online.
Sicuramente le imprese si stanno organizzando per offrire una formazione ad hoc, però è bene considerare che i percorsi formativi offerti finora non hanno incontrato a pieno le esigenze delle risorse.

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Curiosità in numeri

Lo smart working è positivo per il 61% di chi lo pratica

Lo smart working è promosso da chi lo sta ancora praticando, con il 61% di valutazioni positive, ma il giudizio di chi ha sperimentato il lavoro a distanza nell’ultimo anno è diviso. Se una metà di lavoratori lo ha ritenuto una grande occasione per migliorare la propria vita, un’altra alla lunga lo sta reputando una costrizione a stare chiusi in casa. Da quanto emerge da un sondaggio Swg, sul piano lavorativo gli effetti dello smart working sono poi ambivalenti. Da una parte sembra aver peggiorato le relazioni interne, soprattutto quelle fra colleghi, e in qualche misura, anche con il proprio responsabile, dall’altra, è opinione diffusa che questa modalità lavorativa abbia favorito la qualità dell’attività svolta, consentendo di ottimizzare le tempistiche per attività ritenute poco utili.

Donne più sensibili al cambio di modalità di lavoro

Sul piano personale, invece, il lavoro da remoto ha avuto conseguenze prevalentemente positive, soprattutto nell’aver contribuito a facilitare la conciliazione tra vita privata e lavoro e la gestione dei figli. Per una significativa quota di lavoratori poi ha migliorato le relazioni con i familiari conviventi, nonché l’umore. Tuttavia, Swg segnala che per il 31% degli intervistati tale esperienza ha impattato negativamente sulla condizione psicofisica, e in questo caso le donne sono risultate più sensibili al cambio di modalità di lavoro. Tutti gli effetti dello smart working, positivi o negativi, sono infatti risultati più rilevanti per le donne. Allo scadere dello stato di emergenza occorrerà quindi regolamentare il lavoro a distanza, con l’accordo individuale tra lavoratore e impresa l’opzione ritenuta più adeguata dagli intervistati dall’indagine (37%), riporta Adnkronos.

Il graduale rientro in ufficio non segna un declino del lavoro agile

Come ha rilevato la ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, a settembre 2921 il numero degli smart worker si è attestato a 4,07 milioni. E a quasi due anni dal primo lockdown il graduale rientro in ufficio non segna in generale un declino del lavoro agile. Al contrario, al termine dello stato di emergenza le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati a settembre. Le previsioni sono infatti di 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%).

Che strada prendere nel New Normal?

Lavoratori di aziende private, piccole, medie e grandi, e dipendenti pubblici hanno quindi sperimentato un diverso modo di lavorare, e adesso stanno cercando di capire che strada prendere in questo New Normal che si sta delineando. Quello che è certo è che sebbene durante la pandemia si sia trattato di telelavoro, l’esperienza di lavoro a distanza ha aperto interessanti prospettive per un’adozione più diffusa dello smart working nel nostro Paese. Oggi sono molte le realtà che si interrogano se proseguire con un regime di full smart working o smart working ibrido, una forma che prevede un regime misto tra presenza in ufficio e remote working.

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Economia

Vent’anni di prezzi: dal cono gelato alla benzina, la mappa degli aumenti

Quanto sono cambiati i prezzi in 20 anni, ovvero da quando è stato introdotto l’euro? Tanto, tantissimo, così che i listini di alcuni prezzi e servizi sono cresciuti addirittura a tre cifre.e. Gli stipendi, invece, dimostrano una maggiore staticità: sono infatti cresciuti solo del 50%. A dare questi numeri è una indagine condotta dall’associazione dei consumatori Consumerismo No Profit e dal Centro Ricerca e Studi di “Alma Laboris Business School”, società specializzata in Master e Corsi di Alta Formazione e specializzazione per professionisti, che ha messo a confronto i prezzi di un paniere di 100 elementi tra beni e servizi, analizzando le differenze esistenti tra i listini al dettaglio in vigore ai tempi della lira e quelli odierni.

C’era una volta

Ad esempio, è totalmente cambiato (in peggio) il conti di bar e ristoranti: ad esempio il cono gelato nel 2001 costava 1.500 lire (0,77 euro), mentre oggi viene venduto nelle gelaterie in media a 2,50 euro (+224,7%). Una semplice penna a sfera ha subito un incremento del +207,7%, passando dalle vecchie 500 lire (0,26 euro) a 0,80 euro.
Più caro mangiare fuori: la classica margherita consumata in pizzeria ha subito un rincaro del +93,5%, il supplì è aumentato quasi del 124%, e il tramezzino al bar addirittura del +198,7% – spiegano Consumerismo e Alma Laboris Business School -. La colazione al bar (cappuccino e cornetto) costa il 93,3% in più, mentre la pausa caffè è più salata del 55,2% (tuttavia negli ultimi giorni i listini dei pubblici esercizi stanno subendo ritocchi a rialzo a causa del caro-bollette).

Totalmente cambiate anche la abitudini

Col passaggio alla moneta unica sono cambiate anche le abitudini degli italiani: se nel 2001 la mancia minima al ristorante era pari a 1.000 lire a persona, oggi in media si lasciano 2 euro sul tavolo (+284,6%) – analizzano ancora Consumerismo e Alma Laboris Business School. Brutte notizie anche sul fronte dei trasporti: oltra alla benzina, i cui listini alla pompa sono più che raddoppiati rispetto al 2001, oggi costa di più prendere l’autobus, con il biglietto che ad esempio a Milano è passato da 1.500 lire (0,77 euro) agli attuali 2 euro (+159,7%). Acquistare una automobile? Per una utilitaria bastavano 10.300 euro nel 2001, oggi la spesa (senza incentivi e rottamazione) si aggira attorno ai 16.150 euro per una piccola utilitaria di media categoria. Migliore la situazione per i prodotti per l’igiene e la cura personale: per shampoo, deodoranti, schiuma da barba, pannolini, carta igienica, spazzolini da denti, bagnoschiuma, i rincari sono al di sotto del +50%. Ma – avvertono Consumerismo e Alma Laboris – si spende di più per riempire la dispensa di casa: tra i prodotti alimentari, quelli che hanno subito gli incrementi di prezzo più elevati troviamo i biscotti (+159%), la passata di pomodoro (+148%), il cacao (+143%), il sale (+134%), l’olio d’oliva (+114%), le uova (+103%).

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Curiosità in numeri

Competenze digitali: i lavoratori italiani non si sentono preparati

Secondo i risultati del Digital Skills Index, l’indagine globale sul livello delle competenze digitali di Salesforce, oltre tre quarti degli intervistati in 19 paesi non si sente pronto per operare in un mondo del lavoro più digitalizzato. E solo il 28% è attivamente coinvolto nell’apprendimento e nella formazione delle competenze digitali richieste. Le aziende di tutto il mondo stanno rapidamente passando a modelli digital-first e la domanda di persone con competenze digitali è aumentata vertiginosamente. Ma in Italia l’86% dei lavoratori dichiara di non avere le competenze digitali necessarie e l’87% si sente altrettanto impreparato per i prossimi cinque anni. Inoltre, solo il 17% è coinvolto in programmi di formazione.

Servono investimenti per colmare il gap

Il punteggio globale complessivo del Salesforce Index per la preparazione digitale viene valutato in termini di preparazione, livello di abilità, e accesso e partecipazione attiva all’aggiornamento delle competenze digitali, ed è pari a 33 su 100. L’Italia risulta sotto la media globale, registrando un Salesforce Index di 25.
I paesi rappresentati nell’indagine variano da un punteggio massimo di 63 a un minimo di 15, un dato che sottolinea come vi sia un urgente bisogno di investimenti a livello globale per colmare questo gap e creare una forza lavoro più inclusiva.

Non basta saper navigare sul web e usare i social 

Le competenze digitali quotidiane, riferisce Adnkronos, come la navigazione sul web, spesso non rispecchiano quelle ritenute fondamentali dalle aziende per favorire la ripresa. Più di due terzi degli intervistati della Generazione Z (64%) afferma di possedere competenze avanzate sui social media, ma solo il 31% ritiene di possedere competenze digitali più avanzate. Una differenza ancora più netta in Italia, dove l’81% dei Gen Z ritiene di avere un livello avanzato nelle competenze social, ma solo il 19% pensa di possedere le competenze digitali necessarie per il mondo del lavoro di oggi. A livello globale il 37% della Gen Z si sta attivamente formando per le competenze necessarie nei prossimi cinque anni, rispetto al 12% dei Baby Boomer, e anche in Italia a dichiararsi proattivo sul fronte della formazione sono soprattutto i giovani della Gen Z. Uno su quattro (26%) rispetto a uno su cinque dei Millennial (19%) e nemmeno uno su dieci dei Baby Boomer (7%).

La percezione delle priorità è diversa a livello generazionale

Le competenze nella tecnologia di collaborazione sono considerate le più importanti per i lavoratori sia oggi sia nei prossimi cinque anni.
Ma nonostante l’abilità degli intervistati con le principali tecnologie di collaborazione a uso quotidiano, come i social media, solo il 25% si considera avanzato per le competenze tecnologiche di collaborazione necessarie per il lavoro. In Italia la percezione delle priorità a livello di competenze cambia molto a seconda della generazione. I più giovani della Gen Z e i Baby Boomer riconoscono le collaboration technologies come priorità per lo svolgimento del proprio lavoro. Tale percezione non collima con quella dei Millennial e della Generazione X, secondo cui è più importante formarsi in materia di e-commerce e commercio digitale.