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Statistiche

Indice Desi: Italia al 20° posto in Europa

Nell’indice della Digitalizzazione dell’economia e della società in Europa, l’indice Desi, nel 2021 l’Italia scala cinque posizioni, e sale al 20° posto fra i 27 Stati membri dell’Unione. Secondo il Rapporto il nostro Paese rimane però significativamente in ritardo in termini di capitale umano, registrando livelli di competenze digitali di base e avanzate molto bassi, anche se in termini di trasformazione digitale nel corso del 2020 il nostro paese ha compiuto alcuni progressi in termini di copertura e diffusione delle reti di connettività, con un aumento significativo della diffusione dei servizi di connettività che offrono velocità di almeno 1 Gbps. 

“L’Italia avanza: abbiamo finalmente iniziato a risalire la classifica”

“L’Italia avanza: crescono digitalizzazione e competenze, abbiamo finalmente iniziato a risalire la classifica, ma rimane ancora molto da fare – commenta la Sottosegretaria al Mise, Anna Ascani -. Le 12 posizioni guadagnate nel campo dell’integrazione delle tecnologie digitali, con un punteggio Paese al di sopra di quello europeo, dimostrano gli sforzi che abbiamo sostenuto, e che stiamo ancora affrontando, affinché il sistema Italia si avvalga di tutte le tecnologie a disposizione. Il Cloud, ad esempio, registra un livello di adozione da parte delle imprese pari al 38%, in evidente crescita rispetto al 15% del Desi 2020”.

Connettività: siamo in ritardo negli indicatori relativi alla copertura 5G

L’indice Desi 2021 dice però che dobbiamo fare di più per quanto riguarda la connettività. Siamo infatti al 23° posto, e siamo in ritardo anche negli indicatori relativi alla copertura 5G (8% rispetto al 14% della media Ue).
“Su questo versante – aggiunge Anna Ascani – stiamo dando un impulso significativo grazie all’attuazione della Strategia per la Banda Ultralarga, attraverso il completamento del Piano Aree Bianche e l’avvio di interventi come Italia a 1 Giga e Italia 5G”.

Pmi, sanità e digitalizzazione, qualche lacuna da colmare

Sempre secondo il Rapporto, riporta Adnkronos, la maggior parte delle Pmi (69%) ha raggiunto almeno un livello base di intensità digitale, una percentuale al di sopra della media Ue (60%). Le imprese italiane poi fanno registrare ottimi risultati nell’uso della fatturazione elettronica, sebbene permangano lacune nell’uso di tecnologie quali i big data e AI, nonché nella diffusione dell’e-commerce. Ma sul fronte sanità digitale in Italia l’uso dei fascicoli sanitari elettronici da parte i cittadini e operatori sanitari rimane disomogeneo su base regionale. E se la percentuale di utenti online che utilizzano servizi di e-government è passata dal 30% nel 2019 al 36% nel 2020, è ancora nettamente al di sotto della media Ue.

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Eccellenze online

In che modo la presenza di olio influisce sulla qualità dell’aria compressa?

Le aziende che operano in settori come quello alimentare e delle bevande, farmaceutico, cosmetico, manifatturiero ed elettronico, conoscono bene gli effetti negativi derivanti dalla presenza dell’olio nell’aria compressa sulla qualità del prodotto finale durante le fasi di produzione.

La contaminazione dei prodotti e la preoccupazione per la sicurezza dei consumatori associati alla presenza  di olio possono avere un forte impatto negativo sia a livello economico che commerciale per ogni tipo di azienda.

Tuttavia, l’olio presente nell’ambiente e che finisce nell’aria compressa spesso è trascurato e viene interpretato erroneamente come innocuo, sottovalutato o ignorato.

In questo articolo esamineremo l’effetto che i livelli di vapore dell’olio presenti nell’ambiente possono avere sulla qualità dell’aria compressa e cosa considerare quando si ha bisogno di un’aria compressa tecnicamente “oil-free”.

Il processo di compressione

Il processo di compressione, così come la portata ed il tempo, influenzano la quantità di olio nell’aria compressa che viaggia attraverso il sistema di produzione. Quest’aria si fa strada nelle apparecchiature di produzione, nella strumentazione, nei prodotti e nei materiali di imballaggio.

La compressione dell’aria, o pressurizzazione, può aumentare significativamente il volume dell’olio presente nel sistema. Maggiore è la pressione di esercizio, maggiore è il potenziale livello di olio nell’aria compressa.

Ciò è aggravato dalla portata e dal tempo di funzionamento. I compressori sono spesso progettati per funzionare continuamente: ciò significa che la concentrazione di olio continua a moltiplicarsi tra gli spazi ristretti del sistema di aria compressa, ed uscirà dal sistema solo nei punti in cui viene rilasciata l’aria.

Questi punti di uscita si trovano spesso in aree in cui l’aria compressa contaminata entra in contatto con il prodotto, le apparecchiature di produzione o la strumentazione. Quindi quelli che possono sembrare livelli trascurabili di idrocarburi e composti organici volatili nell’aria, possono diventare una delle principali preoccupazioni nel processo di produzione.

Ciò avviene sia con i compressori industriali usati che con i compressori di nuova generazione.

Effetti sulla qualità

Una volta all’interno del sistema di aria compressa, i vapori di olio si raffreddano e si condensano, mescolandosi con l’acqua presente nell’aria. Questa contaminazione causa numerosi problemi al sistema di stoccaggio e distribuzione dell’aria compressa, alle apparecchiature di produzione e al prodotto finale, portando a:

  • Processi produttivi inefficienti
  • Prodotto finale danneggiato
  • Bassa efficienza produttiva
  • Costi di manutenzione più elevati

Compressori oil-free

A causa dell’impatto finanziario e commerciale di un prodotto contaminato, molte aziende scoprono la necessità di poter usufruire di un compressore “oil-free”, senza sapere però che questo non basta per avere un’aria compressa veramente pulita.

I sistemi di aria compressa oil-free infatti, sono spesso installati senza apparecchiature di purificazione destinate a rimuovere l’olio (gli appositi filtri), poiché sono visti come accessori non necessari.

Sebbene sia vero che i compressori d’aria oil-free non presenteranno quantità d’olio nel modo in cui lo faranno quelli che invece ad olio vengono lubrificati, il vapore d’olio presente nell’aria ambiente non è fisso.

Considerazioni per aria tecnicamente oil-free

L’aria tecnicamente “oil-free”, secondo la norma ISO 8573-1 (norma internazionale per la purezza dell’aria compressa), Classe 0 o Classe 1, può essere garantita solo dalla corretta applicazione delle apparecchiature di depurazione.

Questi sistemi possono essere ad esempio i separatori d’acqua e filtri a coalescenza per rimuovere acqua e olio e particelle solide, nonché filtri ad adsorbimento per trattare il vapore d’olio.

Gli utenti che cercano una fonte di aria “oil-free” dovrebbero prendere in considerazione queste fasi di purificazione preventiva, sia che utilizzino compressori d’aria lubrificati che quelli oil-free.

Per stabilire la conformità con ISO8573-1 Classe 0 o Classe 1, gli standard internazionali che classificano il livello dell’olio nell’aria compressa, gli utenti devono eseguire degli appositi test per valutare la presenza di spruzzi e vapori d’olio nei loro sistemi.

I livelli di ciascuna fase saranno combinati per stabilire la quantità di olio totale presente nel sistema. Per i test, i campioni in ciascuna fase devono essere prelevati tramite un processo di estrazione con solvente e analizzati mediante la tecnica della gascromatografia.

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Eccellenze online

Reputazione turistica 2021: medaglia d’oro al Trentino-Alto Adige

Il Trentino-Alto Adige conferma la prima posizione nella classifica generale della reputazione turistica, seguito da Toscana ed Emilia-Romagna.  Quanto all’Appeal dei portali turistici, con oltre 1,4 milioni di like e follower sulle pagine ufficiali di Instagram, Facebook, Twitter e Youtube, il Trentino-Alto Adige ottiene anche la visibilità più rilevante, ed è la destinazione più social d’Italia, seguita da Marche e Toscana.
A non investire ancora sulle reti social sono invece tre destinazioni: Molise, con 5,4mila like e follower rilevati, Campania (14,5mila) e Calabria (32,6mila). Sono alcuni risultati del Regional Tourism Reputation Index 2021 dell’istituto di ricerca Demoskopica. Con oltre 688 milioni di pagine indicizzate, quasi 7 milioni di like e follower sui social, più di 50 milioni di recensioni e 450mila strutture ricettive osservate il Regional Tourism Reputation Index 2021 sintetizza i numeri generati dalle regioni italiane relative alla reputazione turistica delle destinazioni.

Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia le destinazioni più cliccate

Con 53,4 milioni di pagine indicizzate, il territorio toscano ottiene il massimo punteggio nella classifica dell’indicatore Ricerca della destinazione, ottenuto conteggiando le pagine indicizzate su Google della keyword ‘vacanze’ seguita da ‘nome destinazione 2021’. Sul podio si piazzano anche due new entry, Emilia-Romagna e Lombardia, rispettivamente con 52,1 milioni e 48,8 milioni di pagine indicizzate. Piazzamento anche per Veneto, con 47,8 milioni di risultati, Piemonte, con 47,2 milioni di risultati, Lazio (40,9 milioni), Liguria (39,5 milioni), Sicilia (36,1 milioni), e Trentino-Alto Adige (35,5 milioni).

Popolarità sul web: Toscana, Sardegna e Sicilia sul podio

Quanto al confronto della popolarità delle destinazioni, nelle prime posizioni dell’indicatore sono sei le realtà territoriali. Digitando il nome di ciascun territorio regionale su Google Trends in uno stesso periodo categorizzato per il filtro ‘viaggi’, è stato possibile monitorare la tendenza della destinazione e confrontarne il livello medio di popolarità. Il dettaglio dei risultati colloca la Toscana in vetta alla classifica, seguita da Sardegna, Sicilia, Calabria, Liguria, e Puglia.

La Basilicata è al primo posto fra i sistemi ricettivi più apprezzati

Con 108,1 punti, la Basilicata, conquista il primo posto, quale sistema ricettivo più apprezzato del Belpaese. Il risultato è stato ottenuto riparametrando le performance dei punteggi delle graduatorie parziali emerse dai siti di ranking utilizzati, ovvero, con il maggior numero di recensioni totalizzate su TripAdvisor, e di valutazioni positive sul totale delle strutture rilevate su Booking, Expedia e Google Travel.  Rispetto all’anno precedente, passa dal terzo al secondo posto il Trentino-Alto Adige, la Liguria conquista il terzo posto, e salgono di posizione anche Puglia e Veneto. L’analisi particolareggiata dell’apprezzamento dell’offerta ricettiva si muove dal presupposto che i consumatori tendano ad avere maggiore fiducia nelle loro decisioni quando si accorgono che una destinazione è caratterizzata da un insieme rilevante di recensioni positive dei viaggiatori. In questo caso, la relazione appare chiara: più recensioni e valutazioni positive significano più attenzione verso un determinato luogo o territorio.

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Economia

Effetto clima: l’anno nero dell’agricoltura si abbatte sulle tavole degli italiani

A causa del clima impazzito i danni per la produzione agricola italiana nel 2021 sono enormi, e potenziali ripercussioni ricadono anche per la disponibilità di prodotti agro-alimentari sui mercati locali. I consumatori potrebbero infatti essere gravemente colpiti dall’aumento dei prezzi dei beni alimentari, soprattutto di frutta e verdura. Gli effetti della crisi climatica si ripercuotono quindi sul mercato dell’ortofrutta italiano, e di riflesso, sulle nostre tavole. L’allarme arriva da un’analisi del Wwf contenuta nel report ‘2021 effetto clima: l’anno nero dell’agricoltura italiana’, condotto per denunciare come il clima abbia inciso drammaticamente sulla produzione di alcuni prodotti tipici del nostro territorio, facendo salire i prezzi alle stelle.

Circa 14 miliardi di euro: il costo degli eventi estremi negli ultimi 10 anni

Negli ultimi 10 anni gli eventi climatici estremi sono costati al comparto agricolo circa 14 miliardi di euro. Nel decennio dedicato dalle Nazioni Unite alla nutrizione (2016-2025), il 2021 è celebrato dalla FAO come l’anno internazionale della frutta, ma questa ricorrenza coincide anche con quello che viene definito da molti ‘l’anno nero dell’ortofrutta italiana’. Il report del Wwf evidenzia infatti come nella regione mediterranea il riscaldamento superi del 20% l’incremento medio globale della temperatura, ponendo il nostro Paese in una posizione di particolare vulnerabilità rispetto agli effetti del cambiamento climatico.

Per il miele 95% della produzione in meno rispetto al 2020

Con circa 1500 eventi estremi, il 2021 fa registrare in Italia un aumento del 65% di nubifragi, alluvioni, trombe d’aria, grandinate e ondate di calore rispetto agli anni precedenti. Secondo i dati riportati dal WWF alcune colture sono state penalizzate in modo generalizzato, come il miele, arrivato a perdere addirittura il 95% della produzione rispetto all’anno precedente, e la frutta, che vede un calo medio del 27%, con picchi del -69% registrato dalle pere. Ma anche il riso (-10%), il vino, che in alcune regioni ha subìto cali fino al 50%, e l’olio, in alcune regioni del Centro-Nord ha registrato i danni più gravi, fino all’80% in meno nell’anno che invece doveva segnare una produzione in crescita.

Più di un frutto su quattro è andato perduto

In pratica, più di un frutto su quattro è andato perduto per eventi estremi e imprevedibili quali gelate, siccità e grandinate. Anche le filiere di trasformazione sono state messe in crisi. Il caldo torrido di quest’estate, ad esempio, ha accelerato la maturazione del pomodoro, superando la capacità logistica per raccoglierlo, trasportarlo e lavorarlo: il 20% del raccolto è andato perduto, riferisce Italpress.
“La crisi climatica, con i suoi molteplici effetti, sta minacciando la capacità produttiva dei sistemi agricoli a livello globale, compromettendo la loro capacità di nutrire adeguatamente l’umanità – afferma Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità del Wwf Italia -. I nostri comportamenti a tavola e fuori sono determinanti, non possiamo più ignorare il nostro ruolo all’interno del sistema globale”.

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Economia

Si consolida il trend della fiducia per i consumi

Il 2021 è iniziato con un certo pessimismo sul fronte dei consumi, ma l’inizio della primavera ha visto un’inversione di rotta dovuta sia al rafforzamento della copertura vaccinale sia alla crescita della fiducia nelle istituzioni. Il trend di fiducia si è ulteriormente consolidato alla fine di settembre, seppure con zone d’ombra dovute a un livello generale di incertezza rispetto al futuro. Quanto ai canali di vendita e agli acquisti, si sta assistendo a una doppia tendenza: se da una parte crescono le vendite online dall’altra crescono anche gli acquisti nei piccoli negozi di quartiere.

Una doppia tendenza: si rafforza l’online e crescono i negozi di quartiere

È quanto emerge da un’indagine sui consumi 2021 realizzata da Ey, il network mondiale di servizi professionali di consulenza, e Swg, la società italiana di ricerche di mercato. Per quanto riguarda i comportamenti di acquisto, rispetto a settembre 2020 si consolida l’importanza del canale online, e al contempo si evidenzia la contemporanea crescita sia della tendenza a recarsi nei centri commerciali (+19%) sia di utilizzare i piccoli negozi di quartiere (+26%).

I driver per gli acquisti e le intenzioni di spesa

I driver centrali per gli acquisti online sono la comodità e la semplicità del processo, dalla scelta dei prodotti fino alla consegna, mentre gli acquisti in store sono centrato sulla relazionalità, con la merce, le persone e il territorio. Secondo la ricerca di Ey e Swg poi nel prossimo semestre le intenzioni di spesa sembrano mostrare una crescita della propensione a rinnovare casa (30%), i mezzi di trasporto (23%) e gli investimenti di tipo finanziario (26%). Nel rapporto con il brand, invece, la percezione della eticità dei comportamenti risulta sempre più rilevante, riporta Adnkronos. 

Etica aziendale, qualità, sostenibilità e innovazione 

L’etica aziendale si esprime in primo luogo nel rispetto dei consumatori attraverso l’offerta di prodotti di qualità (46%), di prodotti al giusto prezzo (45%), e nel rispetto di dipendenti, fornitori e dell’ambiente (34%),
La qualità rappresenta poi anche il principale valore per il quale si sarebbe disposti a pagare di più un prodotto (76%), seguita da sostenibilità (64%) e innovazione (61%), riferisce la Repubblica.
“Le aziende sono chiamate a rispondere a domande chiave per trasformare le proprie strategie di business – commenta Paolo Lobetti Bodoni, EY Consulting Market Leader in Italia – e seguire i nuovi trend di consumo significa investire in una trasformazione di natura strutturale, a partire dalla ridefinizione della propria identità”.

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Eccellenze online

Offerte codici sconto Amazon: le novità

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Curiosità in numeri

Database da 3,8 miliardi di dati messo in vendita online a 100 mila dollari

I dati degli utenti, tra cui nomi e numeri di telefono, si vendono online. Un popolare forum per hacker ha infatti messo in vendita online un database che conterrebbe 3,8 miliardi di dati di utenti di Clubhouse e Facebook. E la richiesta per questo database è di 100 mila dollari. Secondo il sito Cybernews, il database sarebbe formato dai dati degli utenti iscritti a Clubhouse precedentemente violati, e da quelli dei loro contatti presenti in rubrica. Ma non solo: il database conterrebbe anche i dati dei profili Facebook associati all’account Clubhouse, e probabilmente anche quelli provenienti da un furto su Facebook già noto e risalente al mese di aprile 2021. Queste violazioni sono avvenute con la tecnica dello ‘scraping’: si tratta dell’esfiltrazione dei dati per mezzo di un software utilizzato dagli hacker.

Contatti Facebook, utili per ricostruire un potenziale network da attaccare

Il database includerebbe dati personali, come nomi e numeri di telefono, e tra le informazioni sensibili, anche la posizione dell’utente basata sui suffissi dei numeri di telefono. Oltre a questo, includerebbe anche i contatti Facebook, utili per ricostruire, eventualmente, un potenziale network da attaccare. Secondo gli esperti, a colpire è soprattutto l’ampiezza del database e il mix di informazioni contenute grazie ai profili Facebook. A preoccupare però è il fatto che i furti di questa entità spesso danno il via a massicce campagne di phishing.

Lo scraping è la tecnica usata per “rubare” i profili

La vendita online del database da 3,8 miliardi di dati risale ai primi di settembre del 2021 ed è il frutto di due furti già noti subiti da Clubhouse nei mesi di aprile e luglio con la tecnica dello scraping.  Con lo stesso metodo, sempre lo scorso aprile, anche Facebook è stata colpita dal furto di 533 milioni di profili.
“Le persone tendono a condividere troppe informazioni sui social media – spiega Mantas Sasnauskas, ricercatore del sito Cybernews – questo fornisce tante superfici di attacco per portare a termine le truffe di malintenzionati”.

Clubhouse: “Non c’è stata violazione, colpa dei bot”

Grazie alla pandemia Clubhouse ha avuto un picco di popolarità la scorsa primavera, e a oggi conta circa 13 milioni di utenti in tutto il mondo. A febbraio il Garante Privacy italiano ha fatto richiesta formale alla piattaforma di conoscere tutti i dettagli in merito al trattamento dei dati personali degli utenti, compreso quello relativo alla condivisione di informazioni della rubrica o di altre app effettuata all’interno di Clubhouse, nonché della raccolta di dati da queste ulteriori app e social. Dal canto suo, Clubhouse si difende: “Non c’è stata alcuna violazione di Clubhouse – spiega la piattaforma -. Ci sono una serie di bot che generano miliardi di numeri di telefono casuali. La privacy e la sicurezza sono della massima importanza e noi continuiamo a investire in pratiche di sicurezza”.

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Curiosità in numeri

Dove, e come, gli italiani hanno rotto il telefono durante le vacanze?

Se le vacanze estive sono il periodo di svago e relax per eccellenza, non è così per gli smartphone. Per i telefonini le vacanze sono una vera e propria ‘rottura’. È in estate infatti che si concentrano maggiormente gli incidenti, a volte letali, in cui incorrono i dispostivi mobili. Ma dove, e come, gli italiani hanno rotto lo smartphone durante le vacanze 2021?
A queste domande risponde WeFix Lab, che propone la classifica delle regioni italiane e delle nazioni in cui gli italiani hanno rotto più telefonini, e quali sono state le cause più frequenti. E il primo posto tra le nazioni che hanno visto più “rotture” lo conquista la Gran Bretagna, complici gli Europei di Calcio, i luoghi in cui si sono verificati più incidenti nelle città sono stati le strade e le piazze, protagoniste delle partite sui maxi-schermi, e gli stadi, in classifica rispettivamente in terza e sesta posizione. Un altro grande protagonista delle cause di rottura del telefono però è stato il grande caldo, con il conseguente cedimento da parte delle batterie, che mai come quest’anno è stato il danno più comune ai dispositivi (44,16%).

Gran Bretagna, Grecia e Spagna sul podio delle ‘rotture’

Dopo la Gran Bretagna, in seconda posizione fra le nazioni in cui gli italiani in vacanza hanno rotto il telefonino si piazza la Grecia, meta preferita in particolar modo dai vacanzieri lombardi, in terza la Spagna, preferita dagli abitanti del Lazio, e in quarta, la Croazia, preferita dagli abitanti del Triveneto. Quanto alle regioni italiane, al primo posto in classifica c’è il Lazio, con Roma e la provincia di Latina in testa. Al secondo, la Puglia, seguita dalla Sardegna e dalla Sicilia.

Le cadute accidentali in acqua le cause principali

Anche quest’anno il luogo più pericoloso in assoluto per gli smartphone si conferma il mare, con il 40,3% degli incidenti, seguito da piscine e laghi. Secondo il Dipartimento Statistico di iFix-iPhone.com, il booking che seleziona i centri assistenza smartphone di zona, le cause principali di rottura dei telefoni sono state infatti le cadute accidentali e il contatto con liquidi, tra cui circa un terzo dovuti a immersione volontaria da parte degli utenti. Complice forse qualche fraintendimento pubblicitario tra “resistenza agli schizzi” e “impermeabile”, anche quest’estate, insomma, i circuiti elettrici dei telefoni ne hanno pagato le conseguenze.

I pericoli aumentano con il diminuire dell’età degli utenti

Quanto alla categoria di utenti che ha segnalato più incidenti al cellulare è senza dubbio quella dei più giovani. I più disattenti sono stati infatti i giovanissimi, nella fascia d’età 18-24 anni, i più diligenti invece gli over 50, in buona compagnia con la fascia d’età 36-44. Nessuna differenza degna di nota tra donne e uomini, che in fatto di ‘rotture’ nell’estate 2021 hanno riportato rispettivamente una quota del 48,9% per le donne e del 49,1% per gli uomini. Numerose poi le richieste di genitori che hanno contattato gli uffici iFix-iPhone.com a causa di bambini un po’ troppo “vivaci”, che hanno bloccato o distrutto lo smartphone di parenti e amici di famiglia spesso lanciandolo per terra volontariamente…

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Eccellenze online

Cosa fare se nel seno c’è un nodulo?

 

Certamente riscontrare un nodulo del seno è un qualcosa che merita attenzione perché potrebbe essere il campanello di allarme di una patologia anche seria, sebbene nella maggior parte dei casi si tratta semplicemente di episodi che possono risolversi comunemente senza necessità di alcuna visita senologica.

Iniziamo intanto con il parlare del cosa siano i noduli del seno.

Cosa sono i noduli del seno?

I noduli del seno sono delle protuberanze percepibili al tatto e che sono presenti sul tessuto mammario.

In genere si tratta di noduli non maligni e per questo motivo comuni. In alcuni casi possono essere dolorosi, in altri lo sono meno, e possono essere accompagnati da episodi di secrezione dei capezzoli o arrossamento della cute.

In alcuni casi può presentarsi la classica pelle a buccia d’arancia, facile da percepire anche al tatto.

Questi noduli sono in genere delle sacche che contengono del liquido o delle masse solide, che ad ogni modo non sono maligne.

Come è possibile individuare i noduli al seno?

Tipicamente, i noduli al seno vengono individuati grazie all’autopalpazione.

Si tratta di una tecnica per la quale la persona in questione va periodicamente a passare le dita sulle mammelle circoscrivendo dei piccoli cerchi, andando alla ricerca di eventuali indurimenti i quali sono rappresentati tipicamente dai noduli.

Questi possono essere accompagnati inoltre da un arrossamento della pelle circostante e anche da un suo certo ispessimento.

Proprio grazie all’autopalpazione è possibile individuare per tempo il formarsi di nuovi noduli e dunque avere la possibilità di rivolgersi al proprio medico o specialista così da poter fare una visita e ricevere una diagnosi accurata.

Sono tanti i dottori a considerare l’autopalpazione come la prima e più importante forma di prevenzione del cancro al seno.

Cosa fare se si riscontra un nodulo nel seno?

Certamente, avvertire un corpo estraneo o qualcosa di anomalo quando si palpa il seno può essere un elemento di stress per ogni donna. Come accennato comunque, la presenza di noduli nelle ghiandole mammarie non è un elemento che deve destare grande preoccupazione in quanto si tratta di una eventualità alquanto comune e che il più delle volte si risolve in maniera blanda.

Chiaramente, c’è da fare un distinguo in base a quella che è l’età della persona in cui si presentano i noduli.

Nella fascia di età che va dai 20 ai 30 anni ad esempio, questi noduli sono molto comuni e tipicamente fibrosi e duri. Sono dovuti alle normali variazioni ormonali che caratterizzano questa fascia di età. Questi possono anche essere dolorosi ma ad ogni modo vanno a regredire soprattutto quando si presenta una gravidanza.

Per quel che riguarda invece la fascia che va dai 30 ai 50 anni, si presentano abbastanza comunemente le cisti sierose, ovvero delle piccole capsule che contengono del liquido.

Un medico capace è in grado di distinguere le une dalle altre già dalla palpazione, e di andare a rconoscere una formazione benigna da una che invece è maligna.

Di norma, la prima si va a spostare se premuta con i polpastrelli, mentre al contrario una formazione di tipo maligno rimane ferma laddove si trova anche se sollecitata con i polpastrelli.

Inoltre, le formazioni benigne hanno dei contorni regolari, mentre quelle maligne hanno dei bordi di forma irregolare.

In breve

Dunque riscontrare un nodulo al seno non è di per sé un segnale particolarmente preoccupante, ma è comunque importante effettuare in maniera periodica questo tipo di controllo, soprattutto tramite l’autopalpazione.

In questa maniera è possibile andare a riscontrare eventuali anomalie sul nascereed avere tutto il tempo di potersi rivolgere al proprio medico di fiducia per avere un parere.

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Economia

Imprese italiane, tra settembre e novembre previsti 1,5 milioni di nuovi contratti di lavoro

Segnali positivi per il mercato del lavoro: le aziende italiane prevedono di assumere un gran numero di personale nel mese di settembre e in generale per tutto il prossimo trimestre. A dirlo è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal. Più nel dettaglio, le imprese ricercano per settembre oltre 526mila lavoratori, circa 91mila in più (+20,9%) rispetto allo stesso periodo del 2019. Ancora meglio le prospettive per il trimestre  settembre-novembre, in cui le aziende italiane prevedono di assumere 1,5 milioni di dipendenti, con un aumento del 23,5% sull’analogo periodo del 2019. Sostenuta dal buon andamento dell’economia italiana, la domanda di lavoro sta accelerando, anche se aumentano le tensioni globali sul costo dell’energia e delle altre materie prime.

I nuovi ingressi a seconda dei comparti

Entrando nel merito delle nuove assunzioni, da parte dell’industria sono programmate per il mese di settembre 156mila entrate che salgono a 436mila nel trimestre settembre-novembre, in crescita rispettivamente del 24,8% e del 29,1% rispetto al 2019. Si consolida la ripresa del manifatturiero con 114mila entrate nel mese e 317mila nel trimestre (rispettivamente +31,7% e +34,9% rispetto agli stessi periodi del 2019). A guidare, le industrie della meccatronica che ricercano 31mila lavoratori nel mese e 87mila nel trimestre, seguite dalle industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo (27mila nel mese e 75mila nel trimestre) e da quelle tessili, dell’abbigliamento e calzature (16mila nel mese e 45mila nel trimestre). Elevata anche la domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni: 42mila le assunzioni programmate nel mese (+9,3% rispetto a settembre 2019) e 118mila nel trimestre (+15,7% rispetto al trimestre 2019).
Per quanto concerne i servizi, sono 370mila i nuovi contratti di lavoro offerti a settembre (+19,3% su settembre 2019) e oltre 1 milione quelli previsti per il trimestre (+21,2% sul trimestre 2019). Le maggiori opportunità di lavoro sono offerte dal comparto del commercio (87mila entrate programmate nel mese e 279mila nel trimestre), da quello dei servizi alle persone (84mila nel mese e 188mila nel trimestre) e dai servizi di alloggio, ristorazione e servizi turistici (73mila nel mese e 192mila nel trimestre).

Il 36,4% delle figure richieste è difficile da reperire

Nonostante queste prospettive rosee, esistono però delle criticità avvertite dalle imprese, in particolare modo per quando riguarda il reperimento delle figure professionali richieste. Si attesta complessivamente al 36,4% la quota di assunzioni per cui le imprese dichiarano difficoltà di reperimento (5,5 punti percentuali in più rispetto a settembre 2019), che sale al 51,6% per gli operai specializzati, al 48,4% per i dirigenti, al 41,4% per le professioni tecniche e al 37,7% per le professioni intellettuali e scientifiche.