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Economia Statistiche

La nuova mappa della produzione globale: reshoring, nearshoring e la frammentazione delle catene del valore

Negli ultimi cinque anni le imprese e i governi hanno riconsiderato profondamente il ruolo delle catene globali del valore. Tra shock logistici, tensioni geopolitiche e politiche industriali reattive, quello che alcuni definiscono come un processo di “deglobalizzazione” sta ridisegnando flussi commerciali, decisioni di investimento e priorità strategiche. Ma si tratta davvero di un ritorno al protezionismo, o di una ricalibrazione pragmatica delle filiere per ridurre rischi e aumentare resilienza?

Il contesto è noto: la pandemia, la guerra in Ucraina e le sanzioni successive hanno messo in luce la vulnerabilità di modelli produttivi altamente concentrati. Parallelamente, la competizione tecnologica, in particolare nel settore dei semiconduttori, ha spinto Paesi come Stati Uniti ed Unione Europea a finanziare produzioni locali con massicce misure di sostegno. Questi eventi hanno accelerato una tendenza già in atto: molte imprese privilegiano ora vicinanza geografica e affidabilità sulle minime economie di scala offerte da delocalizzazioni estreme.

Analisi e dati: quali segnali concreti osserviamo? Sul piano delle politiche, il CHIPS and Science Act statunitense (con fondi per decine di miliardi destinati a semiconduttori) e i piani europei per la sicurezza delle forniture evidenziano l’impegno pubblico a riportare attività strategiche vicino ai mercati finali. Sul fronte degli investimenti privati, grandi gruppi tecnologici e automobilistici stanno diversificando: Apple ha aumentato produzioni in India e Vietnam; molte case automobilistiche europee hanno rilanciato investimenti in impianti regionali o rafforzato rapporti con fornitori in Europa orientale e Nord Africa.

La mappa geografica della produzione cambia: il nearshoring verso paesi vicini al mercato finale (ad esempio Europa verso il Nord Africa, Stati Uniti verso il Messico) guadagna terreno grazie a minori tempi di trasporto e maggiore controllo della supply chain. Al tempo stesso, alcuni paesi asiatici, come il Vietnam, continuano ad attrarre flussi produttivi grazie a costi competitivi e infrastrutture in miglioramento. Il risultato è una pluralizzazione dei poli produttivi piuttosto che un semplice rientro unidirezionale di attività.

Esempi pratici aiutano a capire le dinamiche: il settore auto evidenzia come la digitalizzazione e l’elettrificazione richiedano componenti più sofisticati e vicinanza tecnologica tra fornitori e assemblatori. Nel campo dei semiconduttori, la concentrazione produttiva in alcune aree (Asia orientale) è vista come un rischio sistemico: di qui gli incentivi statali per costruire fabbriche in aree diverse, anche se ciò comporta costi unitari più elevati. Per le PMI, la strategia più diffusa è la diversificazione dei fornitori—un cambiamento operativo meno appariscente ma cruciale per ridurre il rischio di interruzioni.

Le conseguenze economiche e sociali non sono banali. A breve termine, la riallocazione produttiva può tradursi in costi maggiori per imprese e consumatori: produzioni più vicine al mercato spesso implicano salari e standard ambientali più alti rispetto ai tradizionali hub a basso costo. Tuttavia, la maggiore resilienza riduce perdite potenziali dovute a shock futuri. Dal punto di vista geopolitico, paesi che attraggono investimenti strategici consolidano influenza economica e capacità tecnologiche, accentuando la competizione tra blocchi economici.

Per l’Italia e l’Europa la sfida è duplice: sfruttare l’occasione per attrarre attività a valore aggiunto, investendo su infrastrutture digitali e competenze, e al contempo evitare politiche che rispondano ai timori con misure troppo protettive. Le PMI italiane possono trarre vantaggio da un riposizionamento dei fornitori globali offrendo qualità, design e integrazione di filiere locali, ma devono investire in digitalizzazione e formazione per restare competitive.

Guardando avanti, è probabile che la parola chiave non sia “deglobalizzazione” tout court, ma “ri-globalizzazione selettiva”: flussi commerciali e investimenti continueranno a circolare a livello internazionale, ma con criteri di localizzazione basati su resilienza, sicurezza e sostenibilità. Le imprese che adottano strategie ibride—combinando diversificazione geografica, digital supply chain e partenariati regionali—saranno meglio posizionate. Anche le politiche pubbliche giocheranno un ruolo cruciale nel definire incentivi equilibrati che favoriscano investimenti responsabili senza scatenare ritorsioni commerciali.

In sintesi, il ripensamento delle catene globali è un’opportunità per ridisegnare l’economia internazionale su basi più robuste e sostenibili. La posta in gioco sarà la capacità di trasformare l’urgenza di sicurezza in progetti industriali concreti, senza rinunciare all’innovazione e alla cooperazione internazionale che hanno alimentato la crescita degli ultimi decenni.

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Economia Statistiche

Come una startup italiana sta digitalizzando gli edifici: il caso Enerbrain e l’efficienza energetica smart

Nel cuore dell’innovazione industriale italiana si afferma una storia che intreccia hardware, software e una spinta chiara verso la decarbonizzazione: quella di una startup che ha trasformato l’Internet of Things applicato agli impianti di riscaldamento, ventilazione e condizionamento (HVAC) in un servizio scalabile per edifici commerciali e pubblici. In un momento in cui l’efficienza energetica degli edifici è al centro delle politiche climatiche europee, il modello di business e le scelte strategiche di questa impresa offrono spunti concreti per comprendere come le tecnologie digitali possano ridurre consumi e costi operativi.

Il contesto è chiaro: gli edifici rappresentano una quota consistente del consumo energetico e delle emissioni in Europa, e la pressione regolatoria e finanziaria verso la riqualificazione è cresciuta negli ultimi anni. Per le aziende che gestiscono patrimoni immobiliari, la sostituzione degli impianti è costosa e lenta; l’approccio alternativo è l’ottimizzazione dei sistemi esistenti attraverso sensori, algoritmi e servizi basati sui dati. È qui che entra in gioco la value proposition della startup: dispositivi plug-and-play per il monitoraggio e il controllo, un livello software che interpreta i dati e un modello di revenue che punta sul ritorno operativo per il cliente.

Analisi: tecnologia, modello di business e risultati tangibili
L’offerta si basa su tre elementi distintivi. Primo, l’hardware distribuito: sensori e attuatori che si integrano con gli impianti esistenti senza interventi invasivi. Secondo, la piattaforma software che raccoglie telemetria in tempo reale, applica logiche di controllo predittivo e apprendimento automatico per adattare la gestione degli impianti alle condizioni reali di utilizzo. Terzo, un approccio commerciale che combina vendita di dispositivi, servizi di manutenzione e spesso contratti basati su performance, dove una parte della remunerazione dipende dai risparmi energetici effettivamente conseguiti.

Il risultato pratico per i clienti è duplice: riduzione dei consumi energetici e miglior comfort interno con minori interventi manuali. Diverse installazioni pilota in uffici e centri logistici hanno mostrato riduzioni dei consumi in termini percentuali di due cifre, spesso nell’ordine del 20–30% a seconda del tipo di edificio e degli impianti preesistenti. Questi numeri, se replicati su larga scala, si traducono in risparmi economici significativi e in un contributo diretto agli obiettivi di sostenibilità aziendale.

Strategie di crescita e partnership
Per scalare, la startup ha puntato su una combinazione di partnership strategiche e focus sul mercato B2B. Collaborazioni con facility manager, integratori di sistemi e produttori di HVAC hanno favorito l’accesso a portafogli immobiliari estesi. Inoltre, l’offerta è stata presentata come complemento agli interventi di riqualificazione energetica incentivati a livello nazionale e comunitario, rendendo più facile per gli asset owner giustificare l’investimento iniziale.

Dal punto di vista finanziario, il modello subscription + performance ha facilitato la penetrazione: i clienti possono diluire l’investimento iniziale e beneficiare immediatamente dei risparmi energetici che finanziariamente giustificano l’adozione. Questo approccio riduce le barriere all’ingresso tipiche del settore delle retrofit energetiche.

Le principali sfide restano la standardizzazione delle interfacce con impianti eterogenei, la gestione dei dati e la necessità di dimostrare con studi rigorosi la durabilità dei risparmi nel tempo. La fiducia dei grandi clienti si costruisce anche con case study pubblici e con audit indipendenti che certificano l’impatto.

Implicazioni future: mercato, regolamentazione e opportunità per l’Italia
Lo scenario regolatorio europeo spinge verso edifici più efficienti e digitalizzati. Questo crea un terreno favorevole per le aziende tech che forniscono soluzioni non invasive e scalabili. Per l’Italia, la diffusione di queste tecnologie può accelerare la transizione energetica degli immobili commerciali e pubblici, valorizzare il patrimonio esistente e favorire la creazione di nuovi servizi a valore aggiunto, come manutenzione predittiva e contratti di performance energetica.

In prospettiva, la combinazione di incentivi pubblici, attenzione ESG degli investitori e aumento dei costi energetici costituisce un circolo virtuoso che può sostenere la crescita delle startup attive in questo segmento. Per le imprese italiane del settore, la sfida sarà consolidare competenze in data science e integrazione di sistema, acquisire credibilità tramite progetti replicabili e saper esportare know‑how all’estero.

In definitiva, il caso dimostra che la digitalizzazione degli impianti non è solo un’opportunità tecnologica, ma una leva economica e strategica per ridurre emissioni e costi. Le startup che riusciranno a combinare tecnologia robusta, modelli commerciali orientati alla performance e partnership industriali saranno protagoniste della ristrutturazione del parco immobiliare europeo nei prossimi anni.

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Il rilancio delle città medie italiane: opportunità dal PNRR e strategie per lo sviluppo locale

Negli ultimi anni le città medie italiane sono tornate al centro del dibattito sullo sviluppo economico del paese. Mentre le metropoli continuano ad attrarre investimenti e talenti, le realtà intermedie — con popolazioni tra i 50.000 e i 250.000 abitanti — offrono un mix di qualità della vita, specializzazioni produttive e potenziale di rigenerazione che può diventare volano di crescita per territori più ampi. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), insieme alle iniziative regionali e ai fondi europei, ha messo sul tavolo risorse significative: la sfida ora è tradurre finanziamenti in progetti concreti e sostenibili.

Il contesto è segnato da due tendenze principali. La prima è demografica ed economica: molte aree interne e piccole realtà hanno subito spopolamento e deindustrializzazione nelle ultime due decadi, mentre alcune città medie sono riuscite a reinventarsi puntando su filiere produttive locali ad alto valore aggiunto, turismo diffuso e servizi avanzati. La seconda tendenza è tecnologica: la transizione digitale e verde richiede infrastrutture, competenze e piani urbani che possono essere implementati in modo più rapido e coordinato proprio nelle realtà medie, dove la governance locale è spesso più efficiente rispetto alle grandi città.

Analisi con dati ed esempi
A livello nazionale, il PNRR ha mobilitato circa 191,5 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti: una dotazione che offre margini per interventi mirati su infrastrutture locali, digitalizzazione dei servizi, rigenerazione urbana e mobilità sostenibile. Sebbene una parte consistente delle risorse sia destinata a progetti di ampio respiro, molte misure sono pensate per essere declinate a livello locale, favorendo investimenti nelle città medie.

Prendendo alcuni casi emblematici, si vede come la strategia possa funzionare. Parma è un esempio di città media che ha capitalizzato sulle sue eccellenze — agroalimentare e filiere culturali — per creare un ecosistema di piccole e medie imprese con elevata propensione all’export, affiancando progetti di digitalizzazione delle PMI e hub per l’innovazione. Modena e le città dell’area dell’automotive hanno puntato su formazione tecnica avanzata e riconversione industriale, favorendo la nascita di reti tra imprese e centri di ricerca. In Puglia, alcune realtà urbane di medie dimensioni stanno investendo su porti regionali e logistica per attrarre catene del valore internazionali.

Sul fronte degli interventi concreti, tre ambiti risultano prioritari per il rilancio delle città medie: rigenerazione degli spazi urbani, infrastrutture digitali e mobilità sostenibile. La rigenerazione coinvolge non solo la riqualificazione edilizia ma la ridefinizione di spazi pubblici per favorire economia locale, turismo e coesione sociale. Le infrastrutture digitali — banda larga, servizi pubblici digitali, piattaforme per PMI — sono condizioni necessarie per trattenere talenti e facilitare nuove imprese. Infine, una mobilità integrata e green (tram, reti ciclabili, elettrificazione del trasporto pubblico) può ridurre i costi di accesso e rendere le città medie più attrattive per lavoratori e visitatori.

Non mancano ostacoli: la capacità amministrativa degli enti locali, tempi di realizzazione dei progetti, burocrazia e co-finanziamenti sono fattori critici. Inoltre, la sostenibilità sociale degli interventi richiede attenzione: evitare gentrificazione e garantire che i benefici si distribuiscano anche alle comunità più vulnerabili è fondamentale per un rilancio equo.

Implicazioni future
Il rilancio delle città medie può avere effetti moltiplicatori sull’economia italiana. Se ben coordinato, può favorire la diffusione territoriale dello sviluppo, ridurre la pressione sulle metropoli e creare poli di specializzazione che rafforzano le filiere nazionali. Per ottenere questi risultati servono alcune condizioni: migliorare le competenze manageriali e tecniche delle amministrazioni locali, progettare interventi integrati tra infrastrutture fisiche e digitali, e sviluppare strumenti di governance che coinvolgano imprese, università e cittadini.

In prospettiva, le città medie potrebbero diventare laboratori per politiche di sviluppo sostenibile: sperimentare nuovi modelli di urbanistica, economie circolari a scala locale, e percorsi formativi che colleghino istruzione e mercato del lavoro. Il rischio, però, è che senza una visione sistemica i finanziamenti producano opere isolate con impatto limitato. Il successo dipenderà quindi dalla capacità di trasformare risorse in progetti coerenti, replicabili e radicati nei territori.

Per i policy maker e gli attori locali la priorità è costruire piani di sviluppo a medio termine, con indicatori di risultato chiari e meccanismi di monitoraggio trasparenti. Per le imprese e i cittadini, l’opportunità è partecipare attivamente alla definizione delle iniziative, contribuendo competenze e idee. Solo così le città medie italiane potranno davvero diventare motori sostenibili di crescita, migliorando qualità della vita e offrendo nuove prospettive economiche al paese.

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Lavoro 2026: tra ibrido, intelligenza artificiale e skills, come si sta trasformando il mercato del lavoro

Negli ultimi due anni il mercato del lavoro ha attraversato una fase di transizione accelerata: la diffusione del lavoro ibrido, l’adozione di strumenti di intelligenza artificiale (IA) e la crescente importanza delle competenze digitali stanno ridefinendo ruoli, modalità contrattuali e percorsi di carriera. Questo articolo analizza i trend principali emersi recentemente, fornisce dati e esempi concreti e esplora le implicazioni per lavoratori, imprese e policy maker.

Il contesto: lavoro ibrido e ribilanciamento post-pandemia

A distanza di qualche anno dall’esplosione del lavoro remoto, molte organizzazioni hanno stabilizzato modelli ibridi che combinano presenza in sede e attività da remoto. Stime e survey internazionali suggeriscono che tra il 25% e il 35% della forza lavoro nei Paesi avanzati svolge almeno una parte significativa del proprio lavoro da remoto: percentuali che variano per settore e livello professionale. Settori come tecnologia, finanza e servizi professionali mostrano la penetrazione più alta del lavoro ibrido, mentre manifattura, logistica e sanità restano più legati alla presenza fisica.

Analisi dei dati: IA, domanda di competenze e mercato occupazionale

L’altro grande fattore di cambiamento è l’adozione dell’IA generativa e degli strumenti di automazione. Aziende di tutte le dimensioni stanno sperimentando soluzioni che automatizzano compiti ripetitivi, accelerano processi decisionali e potenziano il lavoro creativo. Le ricadute occupazionali sono complesse: da un lato, l’automazione può sostituire mansioni routinarie; dall’altro, crea domanda per figure in grado di progettare, gestire e integrare sistemi IA. Indagini recenti indicano che circa la metà delle imprese dichiara difficoltà a reperire competenze digitali avanzate (data science, machine learning, sicurezza informatica), mentre una quota significativa di lavoratori segnala la necessità di aggiornamento professionale.

Esempi concreti aiutano a chiarire il quadro. Piccole e medie imprese italiane nel settore manifatturiero stanno integrando sistemi di manutenzione predittiva che richiedono tecnici con competenze IoT e analisi dati. Nel settore dei servizi, studi legali e agenzie di comunicazione adottano strumenti IA per accelerare revisioni documentali e analisi di mercato, ridistribuendo il lavoro verso attività di valore aggiunto come consulenza strategica e creatività. Allo stesso tempo, piattaforme digitali continuano a espandere la gig economy: la quota di lavoratori su piattaforme varia ampiamente ma incide nella formazione di un segmento flessibile della forza lavoro.

Retribuzioni, contratti e benessere: segnali contrastanti

Il panorama salariale mostra segnali misti. In molti Paesi, la pressione inflazionistica degli ultimi anni ha eroso il potere d’acquisto, spingendo a trattative salariali e adeguamenti contrattuali. La crescita salariale reale rimane però eterogenea: profili altamente qualificati e specialistici registrano aumenti più sostenuti, mentre lavori a bassa qualifica vedono recuperi più lenti. Parallelamente, il tema della qualità del lavoro – flessibilità, sicurezza contrattuale, sviluppo di carriera – è tornato al centro del dibattito, con maggiore attenzione al benessere e alla produttività sostenibile.

Implicazioni future: formazione, regolazione e strategie aziendali

Le scelte dei prossimi anni determineranno se la trasformazione creerà opportunità diffuse o accentuerà disuguaglianze. Tre direttrici emergono come prioritarie: investimenti massicci in formazione continua e programmi di upskilling/reskilling; politiche pubbliche che bilancino flessibilità e protezione per i lavoratori delle piattaforme; normative su trasparenza e responsabilità nell’adozione dell’IA (valutazione dell’impatto occupazionale, tutela della privacy, criteri etici).

Per le imprese, la sfida è mettere a sistema un modello di lavoro che integri tecnologia e capitale umano: ridefinire job description, introdurre percorsi formativi interni, ripensare benefit e aree fisiche dedicate alla collaborazione. Per i lavoratori, la priorità sarà sviluppare competenze trasversali (problem solving, gestione dati, alfabetizzazione digitale) insieme a qualità difficili da automatizzare, come empatia e pensiero critico.

Conclusione

Il mercato del lavoro si muove verso un equilibrio nuovo, governato dall’interazione tra ibridazione, automazione e capitale umano. La direzione finale dipenderà dalle scelte collettive: investire in competenze e governance dell’IA può trasformare la transizione in un’occasione di crescita inclusiva; ignorare queste leve rischia invece di generare frammentazione e precarietà. Per professionisti, manager e policy maker la priorità è chiara: agire ora per costruire mercati del lavoro più resilienti e adattivi.

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Economia

Consumi: a gennaio 2026 ripresa in consolidamento

L’inizio anno appare incoraggiante, a cominciare dalla fiducia di imprese e famiglie, la produzione industriale e la propensione al consumo.
Dopo la crescita congiunturale a gennaio 2026 (+0,3%), anche a febbraio si dovrebbe registrare una variazione positiva del PIL (+0,2%), coerente con una variazione tendenziale superiore all’1% (+1,3%).

Il risultato in termini di crescita conferma quindi le ultime previsioni di Confcommercio: il 2025 si è chiuso meglio di quanto atteso dai previsori istituzionali, lasciando una favorevole eredità statistica al 2026.
Nella metrica dell’Indicatore Consumi Confcommercio (ICC), anche a gennaio 2026 i consumi consolidano la tendenza al moderato recupero, con un +0,5% su base annua e +0,3% su dicembre.

Prezzi: atteso +1,1% su base annua

Sebbene si impone cautela nel valutare le prospettive a breve della domanda, i segnali di miglioramento sembrano interessare non più solo i servizi, ma anche i beni.

A gennaio 2026 le variazioni negative appaiono più circoscritte per alcuni segmenti di consumo, dove a una fase di riduzione è seguita una di stagnazione (ad esempio, beni durevoli per la casa).
Un contributo al recupero più deciso dei consumi potrebbe derivare dagli effetti positivi sulla fiducia e sul reddito, conseguenti al permanere dell’inflazione su valori storicamente contenuti.

Secondo le stime, a febbraio è attesa una variazione dei prezzi al consumo dello 0,3% su gennaio e dell’1,1% su base annua. Le tensioni che ancora si rilevano tra gli alimentari e la modesta volatilità degli energetici dovrebbero rientrare nei prossimi mesi, in considerazione di un’inflazione di fondo inferiore al 2%.

Graduale risveglio della domanda

A gennaio 2026 l’ICC è stimato in crescita dello 0,5% rispetto a gennaio 2025, sintesi di un aumento della spesa per i beni (0,4%) e per i servizi (1,2%), in linea con le indicazioni si un graduale risveglio della domanda, nonostante le dinamiche appaiano ancora molto contenute.

Nell’insieme, le valutazioni quantitative confermano le difficoltà della domanda a seguire un percorso di recupero diffuso. Pur in presenza di variazioni negative più circoscritte si osserva, in molti casi, la tendenza a una sostanziale stabilizzazione dei volumi acquistati dalle famiglie.

Dinamica che mantiene, soprattutto per i beni, consumi su livelli molto distanti da quelli rilevati nei periodi precedenti.
In alcuni casi si rileva, inoltre, un’alternanza di miglioramenti e peggioramenti che rende difficile immaginare l’inizio di una fase di graduale recupero.

Famiglie: singole voci di spesa

A livello di singole voci di consumo anche a gennaio le scelte delle famiglie sono state orientate principalmente verso beni e servizi la cui domanda attiene al tempo libero, come servizi ricreativi in senso stretto (+8,5%) e trasporti aerei (+9,1%).

Positiva anche la spesa per energia elettrica (+4,1%), carburanti (+2,6%), elettrodomestici (+2,0%), alberghi (+0,9%), prodotti farmaceutici e terapeutici (+0,6%), e in misura più contenuta, pasti e consumazioni fuori casa (+0,1%).

Per i segmenti alimentari/bevande, mobili/arredamento la domanda si attesta sugli stessi livelli di gennaio 2025.
Ancora complessa la situazione dell’automotive. In presenza di un recupero delle vendite totali registra un’ulteriore riduzione degli acquisti (-3,6%).

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Statistiche

AI, un terzo degli adolescenti usa i chatbot

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa un adolescente su sette (14%) tra 10 e 19 anni vive una condizione di disagio psichico, spesso non riconosciuta né trattata. Inoltre, un adolescente su cinque dichiara di sentirsi solo, con incidenze più elevate tra le ragazze.

Ansia, depressione, isolamento sociale e solitudine rappresentano le criticità più diffuse. Studi recenti evidenziano una correlazione tra uso problematico dei social network e sintomi ansiosi e depressivi, alimentati dal confronto sociale e dalla paura di esclusione.
All’interno di questo contesto, l’uso dei chatbot basati su AI è una pratica sempre più diffusa anche in Italia.

Diffusione elevata anche tra i giovani italiani

Secondo un’indagine Ipsos Doxa per Telefono Azzurro, nel 2025 il 35% dei ragazzi italiani tra 12 e 18 anni utilizza chatbot di AI, come ChatGPT, tra le attività online più frequenti. La conoscenza di questi strumenti è molto elevata: il 74% dichiara di conoscere i chatbot AI e il 75% afferma di utilizzarli.

L’utilizzo cresce con l’età ed è leggermente più diffuso tra i ragazzi rispetto alle ragazze. E tra i chatbot più utilizzati emergono ChatGPT, al primo posto (83%) seguito a distanza da Gemini (36%), Meta AI (27%) e Microsoft Copilot (7%).

La fiducia come fattore potenzialmente critico

L’uso principale dei chatbot resta legato allo studio, ai compiti scolastici e alla ricerca di informazioni. Ma l’indagine Ipsos Doxa evidenzia anche un crescente utilizzo a fini personali.
In particolare, il 14% degli adolescenti dichiara di rivolgersi spesso a un chatbot per ricevere consigli personali e il 34% lo ha fatto almeno qualche volta.

Il livello medio di fiducia attribuito ai chatbot è pari a 6,6 su 10, con il 58% degli intervistati assegna un punteggio superiore a 7. Un dato che segnala un grado di fiducia elevato e potenzialmente critico.
I chatbot vengono inoltre percepiti come parzialmente “umani”, con un livello medio di antropomorfismo pari a 3,2 su 5.

Il 7% ha solo l’AI come riferimento e supporto

Sebbene il 38% dichiari di non aver mai instaurato interazioni personali, tra chi lo ha fatto emergono motivazioni legate a curiosità (36%), qualità dei consigli ricevuti (23%), non sentirsi giudicato/a (15%), sentirsi meno soli (10%). Solo il 9% riporta un’esperienza negativa.
Un dato particolarmente allarmante riguarda il 7% degli adolescenti che dichiara di non avere altre persone di riferimento.

Accanto ai benefici percepiti, l’indagine mette in luce anche rischi rilevanti, come possibile riduzione del pensiero critico (40%), diminuzione delle relazioni sociali reali (35%),  rischio di confusione tra realtà e finzione (33%), possibilità di sviluppare dipendenza (25%), diffusione di informazioni errate (20%). Solo il 10% degli intervistati ritiene che non vi siano effetti negativi.

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Economia

Energia: per imprese terziario nel 2025 elettricità +29%, gas +70% rispetto al 2019

Nel 2025, la bolletta elettrica per le imprese del terziario di mercato è aumentata in media del 28,8% rispetto al 2019, quella del gas addirittura del 70,4%.
Incrementi significativi anche nel confronto tra il quarto trimestre 2025 e il secondo e terzo dell’anno, dove a incidere sulle bollette elettriche non è solo la componente energia (60% del totale), ma anche gli oneri generali di sistema.

Dopo l’azzeramento nei due trimestri centrali, al ripristino sono tornati a pesare per quasi il 20% sul totale.
Emerge dal Rapporto 2025 dell’Osservatorio Confcommercio Energia OCEN (Commercio, Turismo, Cultura, Trasporti, Servizi e Professioni).

Un freno alla competitività

Sommando i costi della bolletta elettrica con quella del gas, il comparto più penalizzato nell’ultimo trimestre 2025 è quello degli alberghi di medie dimensioni, con 9.117 euro di spesa media mensile, seguito da negozi di grandi dimensioni (5.979 euro), hotel di piccole dimensioni (5.263 euro), negozi alimentari (2.334 euro), ristoranti (2.083 euro), bar (1.009 euro), negozi non alimentari (855 euro).

Il costo dell’energia continua perciò a rappresentare un freno alla competitività delle imprese del terziario di mercato, ancora più penalizzate nel confronto con gli altri Paesi europei. Tra il 2019 e il 2025 in Italia l’energia elettrica è aumentata del 122%, quasi il doppio rispetto alla Francia (+64%) e tre volte e mezzo rispetto alla Spagna (+36%).

Sotto l’effetto della crisi

Per quanto le bollette del gas nell’ultimo trimestre 2025 la spesa è in diminuzione del 16% rispetto all’anno precedente, ma se comparata con la media del 2019, periodo pre-pandemia e crisi energetica, è superiore di oltre il 50%.
In particolare, per i negozi non alimentari, l’importo mensile di un contratto di gas a prezzo variabile è risultato di 365 euro, per un consumo di 300 m3 mensili.

A parità di contratto e consumi, nel 2019, lo stesso tipo di negozio aveva pagato mediamente 257 euro al mese.
La spesa di dicembre 2025 risulta quindi maggiore del 42,0% rispetto alla spesa media del 2019.

Prezzi all’ingrosso: l’anomalia italiana

A causa delle insufficienti infrastrutture di trasposto dell’energia elettrica tra Paesi, il mercato energetico europeo risulta frammentato, con curve di domanda e offerta diverse tra un’area e l’altra. Inoltre, differenze nei sistemi di contrattazione e composizione delle fonti di produzione energetica determinano prezzi dissimili nei vari mercati nazionali.

Dal 2021 l’Italia ha registrato i prezzi maggiori, segnalando l’esistenza di una anomalia strutturale del mercato. Nel 2025, infatti, il prezzo medio all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia era +79,6% rispetto alla Francia, +78,7% rispetto alla Spagna, + 27% rispetto alla Germania.

Francia e Spagna risultano le più virtuose, con prezzi quasi dimezzati. La prima grazie all’elevata quota di energia elettrica prodotta con centrali nucleari, la seconda, grazie alla forte crescita della quota di produzione da fonti rinnovabili.

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Economia

Mutui: nel 2025 importo medio arriva a 138.538 euro, +3% 

Secondo i dati dell’Osservatorio congiunto Facile.it-Mutui.it nel 2025 l’importo medio richiesto dagli aspiranti mutuatari cresce del 3% su base annua, arrivando a 138.538 euro.
Aumenta anche il numero di compravendite, che secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate crescono del 9%.nei primi 9 mesi dell’anno.

Fondamentale nel sostenere il mercato è il settore dei mutui: la percentuale di chi compra casa tramite finanziamento nel terzo trimestre dello scorso anno supera il 47%.
Quanto al valore medio dell’immobile, nel 2025 rimane stabile ed è pari a circa 208.500 euro, mentre aumentano durata media del finanziamento (da 24 a 25 anni), e LTV (Loan to Value, da 71% a 73%).

Il 39% delle richieste arriva da un under36

Positivi anche i dati legati ai più giovani, che continuano a rappresentare una fetta fondamentale per il settore dei mutui. Nel 2025 il 39% delle richieste totali di finanziamento arriva infatti da un under36, +7% rispetto al 2024. Così è anche guardando alle richieste di mutui prima casa, dove una su due proviene da un aspirante mutuatario con meno di 36 anni di età.

In questo senso, appare sostanziale il Fondo Garanzia Prima Casa, con più di un under36 su tre (35%) che fa ricorso alla garanzia statale per presentare domande di finanziamento.

Prima casa: valore medio + 4% (98.728 euro)

Limitando l’analisi ai soli mutui richiesti per la prima casa emerge l’aumento sia dell’importo medio richiesto (145.018 euro, +4%), sia del valore medio dell’immobile (198.728 euro, +4%).
Rimangono stabili, invece, età media del richiedente (37 anni e mezzo) e durata del piano di ammortamento (26 anni).

Per quanto riguarda i tassi, quello variabile diminuisce a seguito dei tagli della BCE, diventando l’opzione più conveniente. Il fisso, mosso al rialzo trainato dall’andamento dell’IRS, rimane comunque su livelli sostenibili ed è scelto da più di 9 italiani su 10 anche grazie alle politiche degli istituti di credito che limitano gli spread applicati.

Simulazioni con tasso variabile, fisso e surroga

A seguito dell’andamento dei tassi si riduce quindi il peso percentuale delle richieste di surroghe, -20% sul 2024, poiché decadono i benefici legati a questa operazione Secondo le simulazioni di Facile.it e Mutui.it oggi per un finanziamento medio di 126.000 euro da restituire in 25 anni a copertura del 70% del valore dell’immobile le migliori offerte a tasso fisso disponibili online partono da un tasso (TAN) del 3,23% con rata di 613 euro.
Tassi sensibilmente migliori per gli immobili di classe A o B, con i mutui green che partono da tassi (TAN) pari a 2,85% e rata di 588 euro.

Per la surroga, invece, il miglior TAN disponibile online è pari al 3,51% (rata 631 euro).
Per quanto riguarda i tassi variabili, le migliori offerte online partono da un tasso (TAN) pari a 2,29% con rata da 552 euro. Per gli immobili di classe A o B i tassi variabili green partono da 2,19%, con una rata di 546 euro.

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Economia

Lavoro, a gennaio 2026 sono 527mila i contratti previsti dalle imprese

A delineare lo scenario sulle previsioni di entrate per le imprese a gennaio 2026 è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Nel primo mese dell’anno sono previsti circa 527.000 nuovi contratti di lavoro, una cifra che sale a oltre 1,4 milioni considerando l’intero primo trimestre del 2026.

Rispetto a gennaio 2025, la domanda complessiva di lavoro in Italia risulta invariata (-0,6%), pur evidenziando dinamiche diverse tra comparti. Inoltre, diminuisce di oltre il 3% la difficoltà di reperimento (45,8% vs 49,1%).
Le prospettive appaiono incoraggianti nel settore primario, dove si registra un incremento del 6,5%, mentre il comparto dei servizi mantiene una sostanziale stabilità (+0,1%).

Industria: programmate 155mila entrate

Segno negativo per le previsioni dell’industria, caratterizzata da maggiore cautela (-3,5%), in particolare nel manifatturiero (-4,6%) e in forma più contenuta, nelle costruzioni (-1,3%).
Nel settore industriale complessivamente sono programmate 155mila entrate, di cui 104mila nel manifatturiero e public utilities e 51mila nell’edilizia.

All’interno del comparto manifatturiero, le maggiori possibilità di impiego provengono dal settore meccanico/elettronico (oltre 27mila), metallurgia/produzione di articoli in metallo (21mila), industria alimentare/bevande (15mila).
Il terziario programma invece circa 337mila entrate, soprattutto nel turismo (70mila), servizi alle persone (69mila) e commercio (67mila).

Il settore primario prevede 35mila nuovi ingressi

Nel settore primario le imprese programmano circa 35mila entrate, concentrate principalmente nel comparto delle coltivazioni ad albero (13mila), coltivazioni di campo (10mila) e servizi connessi all’agricoltura (4mila).
In generale, la modalità contrattuale più diffusa è il contratto a tempo determinato, offerto per 252mila posizioni, pari al 47,8% del totale.
Seguono i contratti a tempo indeterminato, con 111mila unità (21,0%) e i contratti di somministrazione che raggiungono 63 mila posizioni (11,9%).

Per quanto riguarda gli under30, le imprese ricercano quasi 143mila figure, pari al 27,1% delle entrate totali. Le migliori opportunità per questa fascia d’età si concentrano nei servizi finanziari e assicurativi (40,5% entrate destinate a giovani), nei servizi informatici e telecomunicazioni (39,8%), e nel commercio (37,5%).

Per il 45,8% delle posizioni mancano le candidature

Nel primo mese dell’anno lo squilibrio tra domanda e offerta di lavoro coinvolge 241mila delle 527mila entrate previste (45,8%). Le cause principali sono assenza di candidature (28,6%) e formazione insufficiente dei candidati (13,6%).
I settori che registrano le maggiori criticità sono le costruzioni (oltre il 60% delle posizioni è difficili da coprire), il legno arredo (59,8%) e la metallurgia (55,6%).

Nel mese, le imprese prevedono di ricorrere a personale straniero nel 22,2% dei contratti offerti, circa 117mila posizioni. I comparti che si rivolgono maggiormente a lavoratori immigrati sono il primario (43,3% delle entrate previste), il tessile-abbigliamento-calzature (34,8%) e l’edilizia (30,7%).

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Digitale 2035: il futuro si decide adesso

Intelligenza artificiale, infrastrutture strategiche, nuovi equilibri globali. Il digitale che ci aspetta nel 2035 non sarà il frutto del caso, ma delle scelte che governi, imprese e cittadini stanno compiendo oggi.

Il Center for Digital Envisioning del Politecnico di Milano prova a immaginare tre possibili traiettorie, tra opportunità da cogliere e rischi da non sottovalutare.

Uno sguardo sul digitale che verrà

Guardare al futuro del digitale significa uscire dalla cronaca quotidiana e ragionare in prospettiva. È l’obiettivo del Center for Digital Envisioning del Politecnico di Milano, che durante il convegno “Digital Envisioning 2025” ha presentato una riflessione articolata su come potrebbero evolvere le tecnologie entro il 2035.

Non previsioni, ma scenari: strumenti per orientare decisioni che avranno effetti duraturi su competitività, inclusione e sovranità tecnologica.

Lo scenario della piena trasformazione

Nel quadro più avanzato, il digitale diventa una infrastruttura diffusa e affidabile. L’intelligenza artificiale è integrata nei processi economici e sociali, la capacità di calcolo è abbondante e sostenibile, le infrastrutture sono governate in modo responsabile.

È uno scenario di forte discontinuità, in cui l’innovazione genera benefici condivisi e rafforza la partecipazione democratica. Restano però centrali le questioni etiche: il rapporto tra autonomia delle macchine e controllo umano diventa un tema strutturale.

Un mondo efficiente ma diviso

Più intermedio è lo scenario della frammentazione. Gli Stati investono in data center, cloud e regole sui dati, ma lo fanno in modo non coordinato. Il risultato è un ecosistema digitale spezzato in blocchi regionali, efficienti al proprio interno ma poco interoperabili.

La duplicazione degli sforzi rallenta l’innovazione globale e accende nuove tensioni geopolitiche sugli standard tecnologici e sul governo dei mercati digitali.

Il rischio dell’immobilismo

C’è infine uno scenario di continuità con il presente, segnato da una sostanziale inerzia. Pochi grandi attori concentrano potere e risorse, l’ecosistema resta fragile e l’innovazione fatica a tradursi in crescita diffusa.

Il digitale continua a evolvere, ma senza incidere davvero sulle disuguaglianze e sulla capacità competitiva del sistema economico.

I megatrend che guidano le scelte

Alla base di questi scenari ci sono 19 megatrend individuati dal Center for Digital Envisioning, in collaborazione con gli Osservatori Digital Innovation della POLIMI School of Management.

Dalla centralità della potenza di calcolo alla gestione avanzata dei dati, fino all’evoluzione dell’intelligenza artificiale da strumento a partner decisionale, le forze del cambiamento sono già all’opera.

Prepararsi al futuro

«Proiettarsi nel futuro è indispensabile», sottolinea Valeria Portale, direttrice del Center. E come osserva Luca Gastaldi, responsabile scientifico, molti segnali sono già visibili oggi negli investimenti dei grandi player e nella crescita delle startup.

La vera sfida non è prevedere il 2035, ma arrivarci preparati, con una visione chiara del digitale che vogliamo costruire.