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Curiosità in numeri

PMI: l’AI è la nuova leva per l’imprenditorialità

In Italia quasi 4 dipendenti su 10, il 39% dei dipendenti delle piccole imprese, affermano che l’avanzata dell’Intelligenza artificiale li ha spinti a prendere in considerazione percorsi imprenditoriali prima inesplorati.
In un contesto in cui la fiducia è diventata un vantaggio competitivo determinante, le Pmi italiane stanno entrando in una fase decisiva, dove l’Intelligenza artificiale si conferma il motore che sta trasformando lavoro, ambizioni e modelli di crescita.

Tutto ciò si traduce in un’accelerazione dell’imprenditorialità:
È quanto rivela il nuovo Work Change Report di LinkedIn, che analizza i segnali emergenti di oltre 18 milioni di piccole e medie imprese presenti sulla piattaforma a livello globale.

Il grande equalizzatore

Oggi l’AI oggi è realtà per l’85% delle piccole imprese nei mercati globali. La vera sfida non è più “se” adottarla, ma quanto velocemente farlo. Tanto che l’AI viene definita il grande equalizzatore, capace di permettere ai brand più piccoli di competere con player più grandi e attivi su fette di mercato prima considerate inaccessibili. Un’opportunità confermata dal 70% dei responsabili marketing delle PMI italiane.

Non è un caso che in Italia per il 56% dei lavoratori delle piccole imprese l’AI migliorerà la vita lavorativa quotidiana, con il 22% dei dipendenti italiani che la utilizza autonomamente per attività avanzate e il 31% per attività come email, sintesi o ricerca.

L’accelerazione riguarda anche le competenze

Le skill AI per dipendente nelle piccole aziende sono cresciute del 54% anno su anno (+39% grandi aziende). Tuttavia, il 36% di questi professionisti non sa quali competenze, oltre all’AI, saranno determinanti per la crescita della propria carriera.

Con l’aumento esponenziale dei contenuti generati dall’AI distinguersi diventa essenziale, tanto che il 77% dei marketer delle piccole imprese concorda sul fatto che sia ancora più importante ‘guidare’ con voci umane reali.
La fiducia emerge infatti come il nuovo driver della reputazione. Le tre voci che più alimentano fiducia nei brand delle piccole imprese italiane sono clienti e partner (56%), esperti e leader del settore (45%), creator e influencer (44%).

I “contatti” contano sempre di più

Ma la nuova valuta competitiva sono le relazioni professionali. La propria rete di connessioni conta sempre di più, rappresentando un motore tangibile di crescita, dalla generazione di lead alle decisioni di assunzione fino al supporto nei momenti critici. Quando si tratta di consigli per orientarsi verso nuove scelte strategiche le fonti più rilevanti per i professionisti delle piccole imprese sono proprio le reti professionali (40%), seguite da amici e famiglia (37%), motori di ricerca (27%), leader di settore (26%).

Tuttavia, riporta Adnkronos, i professionisti italiani collocati in imprese con meno di 50 dipendenti registrano un tasso di crescita del proprio network di contatti dell’8% anno su anno, contro il 10% di chi lavora in una grande azienda.

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Economia

Mercato immobiliare: rallenta la crescita, ma nel triennio rimane costante

Emerge dal 3° Osservatorio sul Mercato Immobiliare 2025 realizzato da Nomisma: nel 2025 il preconsuntivo sulle compravendite di abitazioni prevede un incremento stimato nell’ordine del +5,5%.

Si conferma quindi la fase di ripresa del mercato iniziata nell’ultimo trimestre 2024. Anche se l’attuale ciclo espansivo del settore immobiliare, giunto al suo apice nel primo semestre 2025, mostra segnali di attenuazione nella seconda metà dell’anno. Secondo le previsioni, per il triennio 2026-2028 le compravendite registreranno una crescita moderata ma costante (+0,9% nel 2026, +0,7% nel 2027 e +1,4% nel 2028), oltrepassando quota 780mila transazioni al termine del 2028.

Mutui: +25,5% in un anno

A trainare il comparto dell’acquisto di abitazioni sono state proprio le compravendite assistite da mutuo, che nel primo semestre 2025 sono cresciute del +25,5% in termini tendenziali. Al contrario, quelle sostenute da liquidità, hanno mostrato una sostanziale stabilità.

Anche i prezzi delle abitazioni nel corso dell’anno registrano una crescita moderata e costante. Gli ultimi sei mesi del 2025 registrano una crescita dei prezzi delle abitazioni del +0,6%, più contenuta rispetto al + 1,3% del primo semestre.
Questo aumento è riconducibile a un effetto trattativa positivo, che ha limitato la correzione al ribasso della domanda, mentre le aspettative dei venditori si sono stabilizzate.

La domanda potenziale di acquisto si sposta sulla locazione

Nel secondo semestre si rileva invece uno spostamento di quota della domanda potenziale d’acquisto verso la locazione (rispettivamente 49% e 51%).
La crescita della domanda di affitto (+4%) nell’ultimo anno è da imputarsi principalmente al fatto che la locazione rappresenta una soluzione temporanea in attesa di condizioni di mercato più favorevoli per l’acquisto, nonché alla capacità di rispondere meglio ai cambiamenti che investono il mondo del lavoro e, in ultimo, poiché consente di impiegare la liquidità in altre forme di investimento.

Ma il sovraffollamento nel segmento della locazione ha impresso una nuova spinta ai canoni, che crescono del +3,5% su base tendenziale.
Nel complesso, il mercato mostra differenze per tipologia di contratto. I contratti ordinari diminuiscono del -2%, mentre quelli transitori e per studenti registrano aumenti significativi (+3,1% e +9,5%).

Mercato corporate: l’Italia continua ad attrarre capitali

I prezzi delle abitazioni faranno registrare una crescita destinata a perdere progressivamente di intensità nel triennio di previsione, con tassi inferiori all’inflazione (+1% nel 2026, +0,7% nel 2027, +0,5% nel 2028).

Quanto alla componente corporate del mercato, oggi gli investitori stanno diversificando i portafogli e ampliando le tipologie di asset su cui puntare.
L’Italia, pur in un quadro globale incerto, continua ad attrarre capitali. Nei primi nove mesi del 2025 gli investimenti hanno raggiunto 7,8 miliardi di euro, +21,9% rispetto allo stesso periodo del 2024.

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Statistiche

Adolescenti, genitori e Terzo spazio: solo il 33% lo concede

Sono i momenti in cui i tween sono completamente liberi di essere loro stessi e creano rapporti più profondi tra loro, tempi e luoghi vissuti tra coetanei, liberi ma sicuri, dove costruire autonomia e relazioni autentiche. Si tratta del cosiddetto Terzo Spazio.

C’è un bisogno profondo di questi momenti vissuti al di fuori di casa e scuola, un bisogno che attraversa l’infanzia e la preadolescenza. E i genitori con figli tra 7 e 14 anni lo riconoscono. Nella pratica però i momenti senza supervisione sono rilevati nel 33% dei casi, e salgono al 47% nella fascia 13–14 anni.
Emerge da una ricerca promossa da Ringo, in collaborazione con AstraRicerche, che ha esplorato la dimensione del Terzo Spazio.

Piccoli spazi tra loro per “legare”

Dare fiducia e creare occasioni di autonomia significa investire nelle nuove generazioni, e nell’intera società. Ciò si concretizza nella routine familiare e nei momenti di condivisione tra ragazze e ragazzi.
La quotidianità dei giovanissimi si divide fra momenti in famiglia, routine scolastica, hobby e tempo libero con i coetanei.

In particolare, il 66% dei tween riserva almeno un’ora a compiti e studio, con sport e TV (52%), mentre in mezzo trova posto il tempo dedicato agli amici, che dà forma alle relazioni e all’autonomia.
Il Terzo Spazio prende forma nei luoghi di prossimità, come cortili scolastici, campi sportivi, biblioteche, panchine. La sua importanza per autonomia e indipedenza è riconosciuta dall’87% dei genitori per rafforzare le abilità sociali (66%).

L’immancabile Internet

A incidere sulla limitazione del Terzo Spazio sono il timore dei genitori per la sicurezza fisica e le cattive compagnie (34%), ma l’incapacità di gestire il controllo online (33%).
I momenti di autonomia si sviluppano infatti anche su Internet, utilizzato da quasi la metà dei preadolescenti (44%), a tutti gli effetti un nuovo Terzo Spazio da considerare, dove l’attenzione è catturata soprattutto dai social media (59%).

L’uso del web si allarga tra 11–14 anni per entrare nello studio (47%) e diventare il modo per restare in contatto con gli amici (46%).
In questa fascia, cambiano anche le modalità con cui ci si collega. I più grandi navigano più spesso da soli (39%), i più piccoli lo fanno affiancati dai genitori (56%).

Non solo organizzare, ma lasciarli andare

Gli effetti di un tempo maggiore trascorso online sono noti, riporta Adnkronos. Più occasioni di dialogo (33%), ma anche qualche momento di isolamento (2 6%).

“Questa ricerca restituisce tutta la verità della complessità educativa attuale. I genitori sono consapevoli dei rischi connessi all’uso eccessivo di Internet e contemporaneamente non si fidano del mondo reale, percepito come inospitale e pericoloso – commenta Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta -. Allo stesso tempo riconoscono che l’autonomia individuale e sociale di bambini e preadolescenti possa svilupparsi solo attraverso esperienze di gioco e socializzazione fuori dal controllo adulto”. Tocca agli adulti lasciarli andare, e non solo organizzare.

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Economia

Pagamenti digitali con carta: a giugno 2025 transati 236 miliardi di euro

I pagamenti digitali sono ormai parte integrante delle abitudini quotidiane dei consumatori italiani. Nonostante il ritmo di crescita sia più contenuto rispetto al passato, segna tuttavia l’ingresso in una fase di consolidamento.
Secondo i risultati della Ricerca dell’Osservatorio Innovative
Payments del Politecnico di Milano nei primi sei mesi del 2025 il valore dei pagamenti digitali con carta in Italia ha raggiunto 236 miliardi di euro.

La crescita del +6% rispetto all’anno precedente segue una traiettoria che porterà questa forma di transazione elettronica a toccare  un valore tra 495 e 505 miliardi di euro a fine anno, per una crescita tra il +5% e il +7%.

Transazioni in crescita, scontrino medio in calo

Rispetto all’anno passato le transazioni crescono a un ritmo quasi doppio (+11,5%), con uno scontrino medio in calo, a conferma di un uso sempre più diffuso anche per spese di piccolo importo.
L’Italia, pur restando quart’ultima nel 2024 in Europa per numero di transazioni con carta pro capite, davanti solo a Germania, Romania e Bulgaria, mostra un tasso di crescita superiore alla media europea, segnale di un mercato ancora dinamico e in rapida evoluzione.

La sfida, ora, non è più solo quella di colmare il divario, ma di trasformare questa accelerazione in un vantaggio competitivo, puntando su infrastrutture più integrate, competenze diffuse e servizi a valore aggiunto.

I punti vendita fisici hanno incassato 188 miliardi

Sempre nel primo semestre 2025, il valore totale incassato dai punti vendita fisici tramite strumenti di pagamento digitali ha raggiunto 188 miliardi di euro, +4% rispetto allo stesso periodo del 2024. Di questi, 20 miliardi arrivano da visitatori stranieri, pari a più di un decimo della spesa complessiva in negozio. Il dato conferma la rilevanza strategica dei pagamenti digitali per il turismo e per la competitività complessiva del sistema Paese.

Guardando ai prossimi mesi, gli effetti positivi dell’ultima stagione estiva, che ha registrato un aumento delle presenze turistiche e del turismo di prossimità, lasciano prevedere un ulteriore incremento del valore incassato dai negozi italiani nella seconda metà dell’anno.

Un radicamento nelle abitudini quotidiane degli italiani

Di fatto, il consolidamento dei pagamenti digitali nel turismo rappresenta non solo un indicatore della modernità dell’offerta commerciale italiana, ma anche un fattore abilitante per la trasparenza e la competitività del Paese.
L’adozione di strumenti digitali consente ai commercianti di intercettare meglio la domanda internazionale, di offrire esperienze d’acquisto più sicure e di integrare servizi che rafforzano la relazione con i clienti, italiani e stranieri.

“L’Italia si sta avvicinando a una fase di equilibrio: i pagamenti digitali non crescono più per effetto di spinte esterne o di obblighi normativi, ma perché si radicano nelle abitudini quotidiane delle persone”, ha commentato dichiara Ivano Asaro, Direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano.

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Economia

Fashion: GenX e Baby Boomers cercano comfort e Made in Italy

Le generazioni mature, come GenX e Baby Boomers, sono meno attente alla moda rispetto alle ultime generazioni, e meno fedeli ai marchi. Acquistano meno, ma “meglio”. Qualità, Made in Italy, cura dei dettagli, stile evergreen e comfort sono i loro mantra di acquisto.

Il tema della sostenibilità li tocca solo in parte. Nel loro modello di acquisto tendono già a essere più sostenibili di altre generazioni. E se non sono disposti a pagare di più per un prodotto sostenibile vogliono aziende impegnate nel riciclo dei capi per superare il fast fashion.
Secondo il Fashion Consumer Panel di Sita Ricerca, società del Gruppo Pambianco, nel 2024 GenX e Baby Boomers hanno speso circa 400 euro a testa in abbigliamento, accessori e calzature.

Armadi pieni di abiti “old fashion”: non si butta nulla

Meno interessati al second hand dei più giovani, quando lo sposano e perché amano proprio lo stile vintage.
Il Made in Italy per queste generazioni è un valore importante e fondante la moda italiana. Le marche cult che dominano il loro panorama di acquisto sono soprattutto marche storiche, come Armani, Liu Jo e Dolce & Gabbana. Anche se Zara, nel target femminile della GenX è riuscito comunque a far breccia.

Per quanto riguarda i touchpoint di riferimento come fonte di ispirazione, prevalgono le vetrine dei negozi, i consigli dei negozianti, oltre a riviste e newsletter, ma non disdegnano consultare i siti web dal cellulare.

Boutique: un’esperienza di acquisto appagante

GenX e Boomers in genere prediligono un modello di acquisto più tradizionale. Vanno a far shopping in città, e non nei centri commerciali, e nei negozi fisici, soprattutto boutique multimarca e department stores.

Questi format garantiscono un’ampiezza di assortimento di prodotti e marche più distintive e particolari, e consentono un’esperienza di acquisto più appagante in termini di ambiente, assistenza e servizio.
Sebbene meno interessante alle carte fedeltà, queste generazioni ne possiedono dei grandi magazzini, perché oltre agli sconti offrono diversi servizi aggiuntivi.
Ovviamente, sono Boomers e GenX sono attenti al prezzo, ma ciò non deve andare a discapito della qualità e del comfort.

Cosa si aspettano dall’industria moda?

“In termini di attese, sicuramente, c’è una forte richiesta di un ritorno alla qualità di una volta, prodotti che durano, realizzati con fibre naturali, prodotti in Italia e oggi anche con un processo virtuoso sostenibile, basato sul riciclo –  spiega Alessandra Mengoli, partner di Sita Ricerca -. Queste generazioni ancora di più che i Millenials infatti hanno constatato progressivamente un peggioramento della qualità a fronte di un continuo aumento dei prezzi, sia nel fast fashion sia nel mondo delle marche di fascia più alta. Inoltre chiedono una maggior attenzione al fitting e al comfort dei capi di abbigliamento e delle calzature, accanto a uno stile moda più evergreen. Tutto questo rientra nel concetto di qualità per loro”.

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Eccellenze online

L’Intelligenza Artificiale da sola non basta: serve il Platform Thinking

La Generative AI è ormai parte integrante della vita quotidiana di molti professionisti italiani. Secondo una nuova ricerca dell’Osservatorio Platform Thinking Hub del Politecnico di Milano, il 91% la utilizza almeno una volta alla settimana e oltre la metà più volte al giorno.

L’aspetto che stupisce di più è che, nonostante questo uso massiccio, i risultati concreti sono poca cosa. O meglio: nella gran parte dei casi, infatti, l’intelligenza artificiale viene impiegata per compiti semplici, come cercare informazioni, riassumere testi o scrivere email. È quella che gli esperti chiamano la “paradosso della GenAI”: uno strumento potente, ma usato spesso in modo superficiale.

Dal supporto personale alla collaborazione reale

Alla base di questo paradosso c’è un problema culturale. Molti considerano la GenAI come un aiuto personale, un “co-pilot” che velocizza il lavoro di tutti i giorni. Ma secondo il Politecnico, il vero salto di qualità arriva quando diventa un “co-thinker”, cioè un partner di pensiero capace di stimolare idee, mettere in discussione ipotesi e migliorare le decisioni.

“L’AI non fallisce perché inefficace – spiega Daniel Trabucchi, direttore dell’Osservatorio – ma perché la usiamo nel modo sbagliato. Se la trattiamo come un semplice strumento individuale, resta ai margini. Se invece la inseriamo in logiche collaborative, può davvero cambiare il modo in cui lavoriamo e innoviamo.”

L’intelligenza che funziona meglio in team

Nonostante quasi sette professionisti su dieci riconoscano che la GenAI funziona meglio in gruppo, la maggior parte continua a utilizzarla da sola. Le aziende, poi, spesso non offrono linee guida chiare né strumenti per sperimentare in modo strutturato. Solo il 18% dei lavoratori, secondo la ricerca, ha la possibilità di testare direttamente progetti basati sull’intelligenza artificiale.

“Le nostre esperienze mostrano che la GenAI è più efficace quando è applicata a problemi reali e condivisi – aggiunge Tommaso Buganza, co-direttore dell’Osservatorio – soprattutto se i team possono lavorare insieme, sfruttando basi di conoscenza comuni e agenti personalizzati.”

Dalla teoria all’esperienza: il Platform Thinking GPT

Per tradurre questi principi in pratica, il Politecnico ha sviluppato il Platform Thinking GPT, uno strumento pensato per aiutare i gruppi di lavoro a risolvere problemi complessi e a valorizzare le competenze diffuse in azienda.

Durante i workshop del 2025, le imprese partner hanno sperimentato l’approccio scoprendo che, man mano che cresce la collaborazione, cresce anche l’efficacia dell’AI.Il messaggio finale è chiaro: la tecnologia, da sola, non basta. È il modo in cui la si usa – e soprattutto con chi – a fare davvero la differenza.

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Curiosità in numeri

TV: ancora capace di sorprendere e adattarsi alle trasformazioni

La TV è ancora capace di generare attenzione, emozioni per gli spettatori e valore per i brand. Oggi la televisione dimostra una straordinaria capacità di adattamento nello scenario digitale in continua trasformazione.

Lo confermano i risultati di un’indagine sul presente e sul futuro della televisione in Italia, realizzata da Human Highway per FCP., che ha raccolto oltre 42.000 esperienze di visione in tre momenti chiave della giornata (mattina, durante i pasti e la sera), su TV, app e piattaforme digitali. E dalla ricerca emerge come per gli italiani la giornata inizi con l’informazione. Telegiornali e programmi di approfondimento, spesso condivisi con altre persone, diventano momenti di co-visione e discussione.

L’intrattenimento è condiviso

Anche la visione della TV durante i pasti mostra come restino centrali i contenuti informativi e giornalistici, scelti per chiarezza, serietà e capacità di stimolare riflessione. Le ore serali invece rappresentano il momento del relax e dell’evasione, con film, serie e show.
Grazie alla presenza di più schermi in casa (in media 4-5 per nucleo famigliare, secondo dati Auditel-Censis), ogni membro della famiglia può scegliere tra documentari, programmi tematici, sport o eventi live.

L’intrattenimento si conferma però la categoria in grado di riunire tutta la famiglia, con un indice di soddisfazione del +40%. Anche gli eventi sportivi e musicali dal vivo rappresentano momenti di forte aggregazione, generando picchi di coinvolgimento emotivo e sociale.

Pubblicità e attenzione

Un tema centrale per i brand è il rapporto tra pubblico e pubblicità televisiva. La ricerca sfata la convinzione che gli spot allontanino gli spettatori. Al contrario, tra il 70% e il 99% del pubblico rimane davanti allo schermo durante le interruzioni pubblicitarie. Nei film e nelle serie TV, quando il messaggio è percepito come mirato e rilevante, la permanenza sale fino al 95%.

Se il break è introdotto dai conduttori, poi, l’attenzione resta alta:. Tra l’80% e il 90% degli spettatori continua a seguire il programma senza abbandonare la visione.
Questi risultati dimostrano che se ben integrata nel contesto editoriale la pubblicità televisiva non è vissuta come un disturbo, ma può rafforzare il legame con i contenuti.

Un mezzo che resta strategico

Complessivamente, la ricerca evidenzia la resilienza della televisione e la sua efficacia come mezzo per i brand. La qualità editoriale può infatti aumentare il ricordo della pubblicità fino al 40%.

L’attenzione media si attesta intorno al 60%, con punte del 97% nei programmi di intrattenimento. E la soddisfazione dei contenuti, intesa come la capacità di mantenere la promessa emotiva per cui vengono scelti, supera il 50%, traducendosi in un tempo di fruizione significativo, da 1 a 2 ore al giorno per spettatore.

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Economia

Certificazioni: perché sono il ‘passaporto’ delle imprese italiane?

La competitività delle imprese italiane passa anche attraverso le certificazioni. Insomma, non si parla di optional, ma di requisiti imprescindibili per chi vuole restare sul mercato.

Lo conferma l’indagine condotta da Prometeia e Conforma, l’associazione che riunisce gli organismi di certificazione, ispezione, prova e taratura. Alla ricerca hanno aderito l’82% dei soci, un numero pari a circa 50.000 imprese italiane.

Un canale preferenziale sui mercati internazionali 

Secondo i dati, il 63% degli intervistati ritiene che le aziende certificate abbiano un canale preferenziale sui mercati internazionali. Un ulteriore 26% sottolinea benefici tangibili in comparti strategici come agroalimentare, medicale e automotive. Non a caso, tra le certificazioni più richieste emergono ancora gli standard internazionali ISO 9001, ISO 14001, ISO 45001 e le certificazioni di prodotto.

Anche nei bandi pubblici il peso delle certificazioni è determinante: il 71% degli operatori afferma che vengono richieste frequentemente o quasi sempre come requisito di accesso o come criterio premiale.

Piccole, medie e grandi imprese: quali sono i vantaggi? 

L’indagine mette in luce come i servizi Tic offrano benefici differenti a seconda della dimensione aziendale. Per le piccole e medie imprese le certificazioni significano soprattutto migliore gestione della qualità, processi interni più solidi, accesso facilitato a clienti e mercati, oltre a una posizione più forte nei bandi e nei finanziamenti pubblici.

Le grandi imprese, invece, guardano soprattutto alla riduzione dei rischi legali e sanzionatori, alla conformità normativa lungo le filiere globali e a un più rapido ingresso nei mercati internazionali.

Il nodo del credito

Il legame tra certificazioni e sistema finanziario è ancora in fase di costruzione. Le banche, oggi, attribuiscono un peso limitato a questi strumenti, ma il potenziale è evidente.

Gianfranco Torriero, vice direttore generale vicario dell’Abi, sottolinea come le certificazioni possano arricchire le valutazioni sul merito creditizio, offrendo garanzie sulla qualità organizzativa e gestionale delle imprese.

Sostenibilità e innovazione

Guardando al futuro, il 73% degli operatori prevede una crescita della domanda di certificazioni legate all’Esg, in particolare sul fronte ambientale. “La sostenibilità è un investimento strategico, non un costo”, ricorda Enrico Giovannini, direttore scientifico di Asvis. Un concetto rafforzato da Conforma, che individua in intelligenza artificiale (32%) e cybersecurity (31%) i principali driver della prossima stagione dei servizi Tic.

“Non un semplice adempimento, ma un vero passaporto per l’innovazione e l’accesso ai mercati”. Con queste parole Nicola Privato, presidente di Conforma, riassume il senso del percorso. La sfida, oggi, è diffondere una cultura che veda la certificazione non come burocrazia, ma come investimento strategico per la resilienza, l’internazionalizzazione e la sostenibilità delle imprese italiane.

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Curiosità in numeri

Calcio: seguirlo in TV quest’anno costa fino a 960 euro

Una brutta notizia per i tifosi italiani: rispetto allo scorso anno i prezzi dell’abbonamento alle Pay Tv per seguire il Campionato sono saliti. L’aumento è stato di circa il 7% per quello mensile e del 10% per quello annuale.
Quanto spenderanno quindi i tifosi per seguire la squadra del cuore?

Facile.it ha analizzato i prezzi dell’offerta Pay TV, calcolando che per la stagione 2025/2026 gli italiani dovranno mettere a budget almeno 710 euro per guardare da casa il campionato di Serie A e la Champions League.
Per chi opta per l’abbonamento mensile, anziché quello annuale, il costo può invece arrivare fino a 960 euro nei dodici mesi. Il prezzo per seguire il calcio in TV varia a seconda delle competizioni in cui è coinvolta la propria squadra, ovvero, delle piattaforme a cui è necessario abbonarsi.

Vedere anche le coppe europee costa di più

In Italia, se ci si accontenta del campionato di Serie A sono sufficienti 540 euro per l’abbonamento mensile, 420 euro se si opta per quello annuale.
La cifra sale se oltre al campionato nazionale si vogliono seguire le coppe europee.

Tifare dal divano di casa per la Roma e il Bologna, impegnate in Europa League, o la Fiorentina, che gareggerà in Conference League, significa mettere a budget fino a 900 euro con l’abbonamento mensile, mentre per quello annuale è possibile trovare offerte che consentono di limitare la spesa a 660 euro.
Per quanto riguarda i prezzi degli abbonamenti TV applicati in Francia, Germania, Spagna e Inghilterra i meno fortunati sono i tifosi spagnoli, che per seguire in TV LaLiga e le coppe europee dovranno spendere quasi 1.400 euro per un abbonamento annuale, poco meno del doppio rispetto agli italiani.

In Francia “bastano”  600 euro per coppe e campionato

Unico vantaggio per la Spagna è che è necessario un solo abbonamento per seguire tutte le competizioni, mentre da noi è bisogna abbonarsi a più piattaforme.

Spendono di più dei tifosi italiani anche quelli inglesi, che per guardare da casa Premier League e competizioni europee devono mettere a budget poco più di 900 euro per un abbonamento annuale, mentre in Germania per guardare campionato e coppe servono 864 euro.
I più fortunati sono i francesi; seguire il campionato Ligue 1 e le coppe europee da casa costa appena 600 euro con un abbonamento annuale.

Cosa scegliere tra abbonamento mensile o annuale

“L’abbonamento annuale è in generale la soluzione più semplice per risparmiare e quella consigliata a chi è sicuro di voler seguire le competizioni calcistiche fino alla fine, indipendentemente dall’andamento della propria squadra del cuore – spiegano gli esperti di Facile.it -. L’abbonamento mensile, invece, seppur più costoso nei 12 mesi, garantisce una maggior flessibilità e dà la possibilità di smettere di rinnovarlo in qualsiasi momento. In ogni caso, il consiglio è di confrontare le offerte degli operatoti così da identificare gli abbinamenti più adatti alle proprie esigenze”.

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Economia

Tre milioni di italiani lasceranno il lavoro entro il 2029: chi prenderà il loro posto?

Lavoro, è emergenza su tutti i fonti. Non solo oggi è difficile trovarlo, ma per un apparente paradosso nell’immediato futuro bisognerà reperire qualche milione di addetti.
Proprio così, perché
da qui al 2029 l’Italia dovrà fare i conti con un ricambio epocale: oltre tre milioni di persone lasceranno il lavoro, quasi tutte per andare in pensione. È il 12,5% della forza lavoro nazionale, un dato che rende bene la portata del fenomeno. Accanto ai pensionamenti ci saranno anche abbandoni dovuti a trasferimenti all’estero, cambi di carriera o semplicemente alla scelta di lasciare.

I numeri diffusi dall’Ufficio studi della CGIA, su dati Unioncamere e Ministero del Lavoro, mostrano che più della metà di queste uscite riguarda i dipendenti del settore privato (circa 1,6 milioni). Seguono il pubblico impiego con quasi 770 mila addetti e il mondo del lavoro autonomo con oltre 660 mila.

In Lombardia sarà una vera e propria emergenza 

Lo scenario non sarà omogeneo in tutto lo Stivale. In Lombardia, che guida la classifica, spariranno in pochi anni quasi 568 mila lavoratori. Subito dietro troviamo il Lazio (305 mila) e il Veneto (291 mila). All’opposto, regioni come Molise, Basilicata e Umbria saranno toccate in misura minore, sebbene l’impatto sul tessuto locale non sarà meno pesante.

Nelle aree più produttive, come Lombardia ed Emilia-Romagna, sarà soprattutto l’industria privata a subire l’onda d’urto. Al Sud e nelle isole, invece, i vuoti si concentreranno tra dipendenti pubblici e professionisti autonomi.

I servizi il comparto con più criticità 

Il settore dei servizi sarà quello più coinvolto: sette sostituzioni su dieci riguarderanno questo comparto, pari a oltre 2,2 milioni di uscite. I settori più colpiti? Commercio, sanità e pubblica amministrazione.

L’industria, invece, dovrà fare i conti con circa 726 mila posti da rimpiazzare, di cui quasi 180 mila solo nelle costruzioni. L’agricoltura, pur più marginale, perderà comunque oltre 100 mila lavoratori.

Una forza lavoro che invecchia

Accanto all’enorme ondata di pensionamenti c’è un altro nodo che preoccupa: l’età media dei lavoratori italiani continua a salire. Nel 2023, ogni 100 under 35 erano già presenti 65 over 55. In soli due anni l’indice di anzianità è aumentato di quattro punti. Pochi giovani entrano nel mercato, mentre chi è più avanti con gli anni resta più a lungo al lavoro.

La conseguenza è chiara: quando milioni di lavoratori esperti andranno via, le imprese faticheranno a trovare ricambi adeguati. Molti datori di lavoro saranno costretti a “soffiarsi” i migliori dipendenti, offrendo stipendi più alti e condizioni più vantaggiose.

Le regioni più anziane

In alcune aree la situazione è ancora più delicata. La Basilicata guida la classifica con l’indice di anzianità più alto (82,7), seguita da Sardegna, Molise, Abruzzo e Liguria. Le realtà meno colpite restano il Trentino-Alto Adige e, a seguire, Lombardia e Veneto.

Il messaggio che arriva dai numeri è inequivocabile: senza un forte investimento sui giovani e sulla formazione, il nostro sistema produttivo rischia di restare senza energie fresche proprio quando ce ne sarà più bisogno.