Lavoro, è emergenza su tutti i fonti. Non solo oggi è difficile trovarlo, ma per un apparente paradosso nell’immediato futuro bisognerà reperire qualche milione di addetti.
Proprio così, perché da qui al 2029 l’Italia dovrà fare i conti con un ricambio epocale: oltre tre milioni di persone lasceranno il lavoro, quasi tutte per andare in pensione. È il 12,5% della forza lavoro nazionale, un dato che rende bene la portata del fenomeno. Accanto ai pensionamenti ci saranno anche abbandoni dovuti a trasferimenti all’estero, cambi di carriera o semplicemente alla scelta di lasciare.
I numeri diffusi dall’Ufficio studi della CGIA, su dati Unioncamere e Ministero del Lavoro, mostrano che più della metà di queste uscite riguarda i dipendenti del settore privato (circa 1,6 milioni). Seguono il pubblico impiego con quasi 770 mila addetti e il mondo del lavoro autonomo con oltre 660 mila.
In Lombardia sarà una vera e propria emergenza
Lo scenario non sarà omogeneo in tutto lo Stivale. In Lombardia, che guida la classifica, spariranno in pochi anni quasi 568 mila lavoratori. Subito dietro troviamo il Lazio (305 mila) e il Veneto (291 mila). All’opposto, regioni come Molise, Basilicata e Umbria saranno toccate in misura minore, sebbene l’impatto sul tessuto locale non sarà meno pesante.
Nelle aree più produttive, come Lombardia ed Emilia-Romagna, sarà soprattutto l’industria privata a subire l’onda d’urto. Al Sud e nelle isole, invece, i vuoti si concentreranno tra dipendenti pubblici e professionisti autonomi.
I servizi il comparto con più criticità
Il settore dei servizi sarà quello più coinvolto: sette sostituzioni su dieci riguarderanno questo comparto, pari a oltre 2,2 milioni di uscite. I settori più colpiti? Commercio, sanità e pubblica amministrazione.
L’industria, invece, dovrà fare i conti con circa 726 mila posti da rimpiazzare, di cui quasi 180 mila solo nelle costruzioni. L’agricoltura, pur più marginale, perderà comunque oltre 100 mila lavoratori.
Una forza lavoro che invecchia
Accanto all’enorme ondata di pensionamenti c’è un altro nodo che preoccupa: l’età media dei lavoratori italiani continua a salire. Nel 2023, ogni 100 under 35 erano già presenti 65 over 55. In soli due anni l’indice di anzianità è aumentato di quattro punti. Pochi giovani entrano nel mercato, mentre chi è più avanti con gli anni resta più a lungo al lavoro.
La conseguenza è chiara: quando milioni di lavoratori esperti andranno via, le imprese faticheranno a trovare ricambi adeguati. Molti datori di lavoro saranno costretti a “soffiarsi” i migliori dipendenti, offrendo stipendi più alti e condizioni più vantaggiose.
Le regioni più anziane
In alcune aree la situazione è ancora più delicata. La Basilicata guida la classifica con l’indice di anzianità più alto (82,7), seguita da Sardegna, Molise, Abruzzo e Liguria. Le realtà meno colpite restano il Trentino-Alto Adige e, a seguire, Lombardia e Veneto.
Il messaggio che arriva dai numeri è inequivocabile: senza un forte investimento sui giovani e sulla formazione, il nostro sistema produttivo rischia di restare senza energie fresche proprio quando ce ne sarà più bisogno.