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Quali sono i beauty trend del 2023?

Come in ogni settore della nostra vita, anche e soprattutto nel beauty ogni anno nascono nuove tendenze. Quali saranno dunque quelle del 2023? Alla domanda risponde Foreo, il big del beautytech che ha esplorato i trend più impattanti. Le linee guida generali sono forti e chiare: i consumatori vogliono scientificità e affidabilità, ma anche semplicità e naturalità. Insomma, sì alla bellezza ma senza troppi artifici e con la possibilità di effettuare trattamenti mirati ma non invasivi.

Sì al look naturale

Per quanto riguarda la skincare, addio a make up coprenti e artificiosi. Il 2023 vedrà un crescendo di soluzioni skincare mirate ad ottenere e preservare un look naturale, sano, e il tanto agognato No Makeup Look o Clean Girl Makeup con prodotti per la cura del viso che di fatto sostituiranno il makeup più complesso. Sarà l’anno dei sieri, delle creme, delle maschere, ed anche dei sieri per le ciglia, con forte attenzione verso formule ‘pulite’ e ricche di principi attivi naturali e potenziati – primi tra tutti i peptidi, i prebiotici e probiotici, ed i fari accesi sull’importanza della cura del microbioma cutaneo. Parola d’ordine: bellezza sostenibile ed inclusiva, tutta centrata attorno al benessere olistico a 360 gradi ed all’importanza della comunità e condivisione di esperienze.

Antiage non invasivi

Dalla ricerca si scopre che l’anno appena iniziato sarà all’insegna delle soluzioni anti-età e dei lifting non invasivi, grazie a dispositivi hi-tech ad altissima performance e dai risultati mirati e duraturi nel tempo. Tecnologie all’avanguardia quali microcorrente, radiofrequenza, e luci LED saranno sotto ai riflettori dei consumatori, sempre più esigenti ed alla ricerca di prodotti flessibili, personalizzabili, ed utilizzabili nel comfort di casa propria. Reali investimenti nella propria bellezza e benessere sul lungo periodo.

Dispositivi di bellezza super tech

Il trend dei dispositivi beautytech continuerà la sua solida scalata senza accenni di decrescita. Tecnologie all’ultimo grido, alta performance, personalizzazione e semplicità di utilizzo saranno i punti cardine di quest’anno e dei prossimi a venire. Ciò è perfettamente in linea con le tendenze e le abitudini dei consumatori di bellezza e benessere, sempre più improntate a soluzioni futuristiche, digitali, connesse, ed intuitive. Un 2023 che vedrà dunque i dispositivi viso e corpo al centro dell’attenzione quali soluzioni d’elezione per i propri trattamenti detergenti, massaggianti, liftanti, tonificanti, ed oltre.

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Curiosità in numeri

Lavoro: meglio scegliere chi offre Learning & Development costante

Lo rivela la nuova survey condotta da Docebo: in Italia oltre 8 lavoratori su 10 (82%) sono più propensi a scegliere un datore di lavoro che offra opportunità di formazione e sviluppo costanti. Inoltre, 6 lavoratori su 10 (61%) sono disposti a cambiare lavoro entro 12 mesi se l’attuale datore di lavoro non offrisse opportunità di apprendimento o formazione essenziali per la crescita e lo sviluppo della carriera. L’inflazione in aumento e la prospettiva di un’ulteriore flessione economica spingono le aziende a preservare il personale, anche a causa della carenza, in molti settori, di nuovi talenti, e del blocco alle assunzioni. E in questo scenario, in cui molte aziende non sono in grado di aumentare i salari, investire in attività di Learning & Development potrebbe essere uno strumento decisivo per fidelizzare e trattenere le persone in azienda.

Cosa spinge i dipendenti ad abbandonare l’azienda? 

Le principali motivazioni che spingono i dipendenti ad abbandonare l’attuale posto di lavoro sono retribuzione insufficiente (78%), cattiva gestione aziendale (52%) e scarse opportunità di crescita professionale (45%). Se, da un lato, la retribuzione resta un fattore fondamentale, dall’altro, mancanza di manager preparati, carenza di nuovi talenti e conseguente insufficienza di personale, mettono sotto pressione i team, portando a possibili fughe dall’azienda. Inoltre, un quarto dei lavoratori (25%) indica la ‘cultura aziendale debole’ come ulteriore fattore che li spingerebbe a cambiare lavoro.

I Millennial sono i più attenti alle politiche di formazione

Dalla survey emerge poi che i Millennial sono molto attenti alle politiche di Learning & Development: l’83% è più propenso a scegliere un datore di lavoro che offra opportunità di sviluppo e apprendimento continue rispetto al 79% dei GenZ. Del resto, il 66% dei Gen Z e il 65% dei Millennial è più favorevole dei Baby Boomer (55%) a prendere in considerazione il licenziamento nel caso in cui il datore di lavoro tagliasse gli investimenti in Learning & Development.
“Quello che osserviamo anche in Italia è un trend chiaro che dimostra quanto siano importanti le opportunità di formazione e sviluppo per il personale – commenta Claudio Tadoldi, Regional Sales Director di Docebo -,  e quanto la crescita professionale sia un elemento non negoziabile quando si tratta di proseguire la propria carriera nella stessa azienda”.

“I programmi di upskilling hanno un ritorno tangibile sull’investimento”

“Prima di tagliare i budget di Learning & Development e rischiare che il personale abbandoni l’azienda, i datori di lavoro devono considerare che i programmi di upskilling hanno un ritorno tangibile sull’investimento – aggiunge Tadoldi -. Infatti, che si tratti di attrarre i candidati giusti o migliorare le competenze dei manager e la cultura aziendale, incoraggiando la formazione continua, e motivando le persone a fare carriere restando all’interno della propria organizzazione, l’attività di Learning & Development ha un impatto tangibile sui tassi di fidelizzazione. E, di conseguenza, sui profitti dell’azienda”.

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Statistiche

Aziende e cybersecurity: come aumentare la resilienza della sicurezza

Il Security Outcomes Report, Volume 3: Achieving Security Resilience, è lo studio realizzato da Cisco in 26 Paesi per identificare i fattori in grado di aumentare la resilienza della sicurezza aziendale. Il 65% delle aziende italiane ha infatti subito conseguenze negative sul proprio business a causa di un attacco informatico. In particolare, il 37,7% ha subito violazioni di rete o dei dati, il 40,8% interruzioni di rete o sistema, il 36,2% danni da ransomware, e il 60% ha dovuto far fronte ad attacchi distributed denial of service. Eventi che hanno comportato un’interruzione dell’operatività e delle comunicazioni (EMEA: 62,6%), disservizi nella supply chain (EMEA: 43%), compromissione delle attività interne (EMEA: 41,4%) e della reputazione del brand (EMEA: 39,7%). 

L’impatto di leadership, cultura aziendale e risorse

Lo studio si concentra sui fattori culturali, ambientali e le soluzioni che le aziende devono adottare per raggiungere la resilienza della sicurezza. La sicurezza riguarda infatti la sfera umana, poiché leadership, cultura aziendale e risorse hanno un impatto considerevole sulla resilienza. Di fatto, le aziende che segnalano uno scarso supporto da parte dei dirigenti in materia di sicurezza hanno ottenuto un punteggio inferiore del 39% (EMEA) rispetto a quelle che godono di un significativo supporto. E quelle che promuovono una cultura della sicurezza hanno ottenuto un punteggio medio del 46% (EMEA). Inoltre, le aziende che impiegano personale e risorse interne aggiuntive per rispondere agli ‘incidenti’ hanno ottenuto un incremento del 15% nei risultati di resilienza.

Un modello zero trust evoluto

Le aziende nell’area EMEA le cui infrastrutture tecnologiche sono prevalentemente on-premise o basate sul cloud, hanno ottenuto, a pari livello, i punteggi di resilienza della sicurezza più alti.
Tuttavia, le aziende che si trovano nelle fasi iniziali di transizione da un ambiente on-premise a un ambiente cloud ibrido hanno registrato un calo del punteggio tra 8,5%-14%, a seconda della difficoltà di gestione degli ambienti ibridi. Le aziende che poi hanno dichiarato di aver adottato un modello zero trust evoluto hanno ottenuto un aumento del 30% (EMEA) del punteggio di resilienza rispetto a quelle che non l’hanno implementato.

Funzionalità avanzate di rilevamento e risposta

Le funzionalità avanzate di rilevamento e risposta hanno portato a un aumento del 45% (EMEA) del punteggio di resilienza rispetto alle aziende che hanno dichiarato di non avere tali soluzioni. E la convergenza delle tecnologie di rete e sicurezza in un sistema Secure Access Services Edge distribuito in cloud ha migliorato i punteggi di resilienza della sicurezza del 27% (EMEA).
“I Security Outcomes Report analizzano ciò che funziona e ciò che non è efficace nel campo della cybersecurity – dichiara Jeetu Patel, executive vice president and general manager security and collaboration di Cisco -. L’obiettivo finale è quello di fare chiarezza nel mercato e identificare le modalità in grado di garantire risultati certi per i difensori”.

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Statistiche

Novembre 2022, i prezzi dei beni salgono ancora (ma di poco)

Prezzi ancora in salita, ma con una curva più lieve; inflazione tendenziale stabile. Ecco, in sintesi, cosa emerge dalle stime preliminari dell’Istat riferite ai prezzi al consumo a novembre 2022. Potrebbero esserci anche degli spiragli di ottimismo, soprattutto per quanto riguarda i prezzi dei bene non energetici.
L’Istituto di Statistica commenta così i dati: “Dopo la brusca accelerazione di ottobre, a novembre 2022 l’inflazione, che rimane a livelli che non si vedevano da marzo 1984 (quando fu +11,9%), è stabile. I prezzi di alcune componenti, che ne avevano sostenuto l’ascesa, tra cui gli energetici non regolamentati e in misura minore gli alimentari non lavorati, rallentano su base annua, mentre quelli di altre componenti continuano ad accelerare, tra cui gli energetici regolamentati e in misura minore gli alimentari lavorati.
Anche i prezzi del ‘carrello della spesa’ accelerano ma di poco. Se nei prossimi mesi continuasse la discesa in corso dei prezzi all’ingrosso del gas e di altre materie prime, il fuoco dell’inflazione, che ha caratterizzato sin qui l’anno in corso, potrebbe iniziare a ritirarsi”.

L’inflazione resta stabile 

Secondo le stime preliminari, a novembre 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,5% su base mensile e dell’11,8% su base annua (come nel mese precedente). L’inflazione rimane stabile su base tendenziale a causa, principalmente, degli andamenti contrapposti di alcuni aggregati di spesa: da un lato rallentano i prezzi dei Beni energetici non regolamentati (da +79,4% a +69,9%), degli Alimentari non lavorati (da +12,9% a +11,3%) e dei Servizi relativi ai trasporti (da +7,2% a +6,8%); dall’altro accelerano i prezzi degli Energetici regolamentati (da +51,6% a +56,1%), dei Beni alimentari lavorati (da +13,3% a +14,4%), degli Altri beni (da +4,6% a +5,0%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +5,2% a +5,5%).
L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accelera da +5,3% a +5,7%; quella al netto dei soli beni energetici sale da +5,9% a +6,1%.

L’andamento dei prezzi dei beni

Su base annua, i prezzi dei beni mostrano un lieve rallentamento (da +17,6% a +17,5%), mentre rimangono stabili quelli dei servizi (+3,8%); si ridimensiona, quindi, di poco, il differenziale inflazionistico negativo tra questi ultimi e i prezzi dei beni (da -13,8 di ottobre a -13,7 punti percentuali). I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano una modesta accelerazione su base tendenziale (da +12,6% a +12,8%); rallentano, al contrario, quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +8,9% a +8,8%). L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto prevalentemente ai prezzi dei Beni energetici regolamentati (+3,0%), degli Energetici non regolamentati (+2,2%), degli Alimentari lavorati (+1,5%) e dei Beni non durevoli (+0,6%); in calo invece, a causa per lo più di fattori stagionali, i prezzi dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,4%) e dei Servizi relativi ai trasporti (-0,2%). 

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Eccellenze online

Prodotti di moda e sulle grandi piattaforme e-commerce: così gli italiani comprano le offerte

Da quando è approdato in Italia, sull’onda del successo americano, l’appuntamento con il Black Friday e il Cyber Monday è diventato un punto fermo per gli italiani. Tanto che aspettano le offerte per effettuare i loro acquisti, anche importanti. Per saperne di più sui comportamenti dei nostri connazionali, Ipsos ha condotto un’interessante indagine per Confesercenti con l’obiettivo di studiarne le intenzioni di acquisto.

Obiettivo regali di Natale

Quest’anno il mese di novembre è stato particolarmente segnato da un periodo di sconti che si è esteso ben oltre la tradizionale settimana del Black Friday. L’indagine Ipsos per Confesercenti rivela che l’86% degli italiani dichiara di aver ricevuto un’offerta promozionale diretta, soprattutto via mail (79%), sms (27%), Whatsapp (18%), o telefono (11%). Ad essere bersagliate sono in particolar modo le donne: l’88% afferma di essere stata raggiunta da un’offerta.
Gli sconti anticipati hanno portato 9,7 milioni di italiani (31% di chi ha ricevuto un’offerta) ad effettuare già un acquisto. La percentuale sale al 33% nelle regioni del Mezzogiorno e rimane sotto al 30% tra i consumatori del Centro-Italia (27%). Circa 12,7 milioni di italiani, invece, hanno deciso di approfittare degli sconti e di fare almeno un acquisto durante la settimana del Black Friday, con un budget medio di circa 261 euro a persona, per un totale di 3,3 miliardi di euro. La somma media è più alta al Nord e nelle regioni del Centro (rispettivamente 282,7 euro e 281,94 euro) rispetto a Sud e Isole (232,22 euro). Per quanto riguarda età e genere, i maggiori spenders sono gli over35 (286,26 euro previsti) e gli uomini (301,81 euro). Il 57% di chi comprerà al Black Friday dichiara di voler utilizzare l’occasione per acquistare già un regalo di Natale. Complessivamente, secondo le stime di Confesercenti, circa 1,9 miliardi di euro di spesa per i regali di Natale sarà ‘anticipata’ alla settimana del Black Friday.

Cosa si compra e dove

In base ai dati raccolti nell’indagine, igli acquisti degli italiani si concentreranno soprattutto sui prodotti moda: il 64% degli intervistati ha intenzione di approfittare degli sconti e di acquistare capi d’abbigliamento, calzature o accessori moda. Seguono elettronica e informatica, che raccolgono il 57% delle intenzioni di acquisto, ed elettrodomestici – dalle tv alle lavatrici – indicati dal 41%, mentre il 32% menziona prodotti per la casa. Infine, una minoranza (9%) è interessata a diversi tipi di prodotti, principalmente giocattoli, libri, oggetti da collezione, cosmetici e altri prodotti di profumeria. E per quanto riguarda il “luogo” dell’acquisto? L’online si conferma il terreno preferito per queste iniziative. Il 64% degli intervistati indica infatti le piattaforme di eCommerce come principale canale per gli acquisti del Black Friday, seguono i portali online delle catene multimarca (43%) e l’acquisto direttamente sul sito web dei produttori (29%). Infine, un ulteriore 40% prevede di acquistare anche presso i punti vendita fisici delle grandi catene e il 19% presso supermercati e ipermercati.

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Identità digitale, Spid per due italiani su tre

Lo Spid, il cosiddetto Sistema Pubblico di Identità Digitale, nel nostro Paese è diventato ormai quasi normalità. Tanto che due italiani su tre ne sono in possesso. A dirlo sono i risultati emersi dalla ricerca dell’Osservatorio Digital Identity della School of Management del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno “Digital Wallet: identity (r)evolution”. Venendo ai numeri, a fine settembre 2022 risultano 32,2 milioni i cittadini in possesso di Spid, con un incremento del 30% rispetto allo stesso periodo del 2021, con rilasci e accessi in continuo aumento. In particolare, esistono delle differenze sia a livello anagrafico sia geografico: tutti i ragazzi della fascia 18-24 anni possiedono SPID, situazione molto diversa tra gli oltre 75 anni dove meno di 1 su 4 ha attivato la propria identità digitale. Anche a livello geografico, ci sono molte differenze: si passa dal record del Lazio, dove il 74% della popolazione ha Spid, seguito da Lombardia (70%) ed Emilia-Romagna, Campania e Piemonte (62%), fino agli ultimi posti di Calabria (54%), Marche (53%) e Molise (con il 52%). In Italia, tuttavia, non esiste solo Spid, ma cresce anche la diffusione della Carta d’Identità Elettronica: 31,3 milioni di cittadini sono in possesso del documento, +29% rispetto a settembre 2021. Questi livelli di diffusione posizionano l’Italia già oltre gli obiettivi definiti nel PNRR per il 2024.

L’European Digital Identity Wallet

A giugno 2021, la bozza di revisione del regolamento eIDAS ha delineato la creazione di un European Digital Identity (Eudi) Wallet. Dovrebbe venire introdotto un nuovo ruolo, quello di Wallet Provider, che potrebbe potenzialmente essere ricoperto tanto da attori tradizionali quanto da nuovi soggetti. Per sperimentare questo nuovo paradigma sono state incentivate iniziative di collaborazione tra i diversi Paesi per lo sviluppo di wallet, utilizzabili in diversi casi d’uso in ambito pubblico e privato. Nella prospettiva della transnazionalità, a febbraio 2022 è stato lanciato un bando da 37 milioni di euro per lo sviluppo di progetti pilota.
“Siamo davanti a un bivio che potrebbe portare ad una rivoluzione del settore – afferma Valeria Portale, Direttore dell’Osservatorio Digital Identity -. Se il wallet sarà considerato solo come un nuovo ‘contenitore’ per identità digitali e credenziali esistenti, senza modificare la configurazione attuale del mercato e dell’offerta all’utente, sarà semplicemente un ritocco di quanto siamo già abituati a utilizzare. Se invece davvero si riuscirà a raggiungere l’interoperabilità, abilitando sinergie tra servizi digitali in Stati diversi, allora si assisterà davvero alla rivoluzione dell’identità digitale. L’Italia è chiamata ad affrontare una sfida difficile a fianco di altri paesi europei. Senza una chiara strategia sull’identità digitale, sarà estremamente difficile per le aziende e, più in generale, per l’intero Paese catturare le opportunità generate dal wallet comunitario: è importante lavorare ora per essere davvero parte di questa rivoluzione ed evitare di rimanerne travolti”.

L’identità digitale nelle aziende

La pandemia ha spinto le grandi aziende a offrire modalità di riconoscimento da remoto per garantire continuità di business, ma la visione matura e strategica dell’identità digitale è ancora lontana. L’80% delle grandi aziende nei settori finance, telco e utility consente di avviare e concludere la procedura di riconoscimento in digitale e, nell’80% dei casi in cui è necessaria una verifica dei dati inseriti dall’utente, effettuarla senza doversi recare allo sportello. Le aziende stanno cominciando a integrare modalità di riconoscimento senza password o pin, sostituendole con fattori di possesso, come l’invio via sms o email di un codice OTP (42% dei casi) o app per generare OTP o notifiche push (18%), ma anche fattori biometrici (solo 8% dei casi). Anche negli ambiti con maggiore maturità, però, manca un’adeguata struttura interna che presidi la gestione dell’identità digitale. E il 63% delle aziende in questi settori non ha mai valutato l’integrazione di sistemi certificati a livello nazionale, come Spid e CIE.

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Spazio, sostenibilità, qualità della vita: ecco cosa gli italiani cercano in una casa

Voglia di maggiori spazi, grande attenzione alla sostenibilità economica ed energetica, ricerca di qualità della vita: gli italiani rinsaldano il rapporto che hanno con la loro casa, che diventa ancora più importante nelle loro vite. Ecco, in estrema sintesi, le principali indicazioni che emergono dalla quinta edizione di CasaDoxa 2022, l’Osservatorio nazionale sugli italiani e la casa di BVA Doxa che fotografa i cambiamenti in atto nella società e nelle case degli italiani, intervistando ogni anno un campione rappresentativo di 7.000 famiglie. Per dirlo in una sola frase, anche per quanto riguarda la casa si sta affermando una nuova “progettualità del buon vivere”:

Cosa è cambiato negli ultimi anni

Rispetto alla precedente edizione dell’analisi, salta all’occhio che oggi sono circa 1 milione le famiglie che vorrebbero cambiare abitazione. Perchè? “Tutti i cambiamenti che abbiamo dovuto affrontare – spiega Paola Caniglia, Head of Living & Retail di BVA Doxa – hanno ridisegnato le nostre case, il nostro modo di viverle e, soprattutto, la nostra relazione con esse. La casa ha assunto una forte rilevanza perché diventa il fulcro del nostro nuovo progetto esistenziale. Una diversa attenzione al tempo, al lavoro, al digitale, alla sostenibilità hanno messo in discussione i nostri tradizionali percorsi di vita e ci indica che è in corso un ribaltamento della prospettiva gravitazionale casa-lavoro”. La possibilità di avere una migliore qualità della vita, fatta anche di ampi spazi domestici interni ed esterni, potrebbe essere una delle leve che spinge tanti nostri connazionali a cercare una nuova residenza.

Obiettivo: più spazio vivibile

Quali sono le caratteristiche più importanti che fanno sì che una casa sia quella “perfetta”? Gli italiani cercano più spazi, interni ed esterni con un incremento del 36% che desidera una stanza in più e del 12% che vuole un terrazzo o un giardino, dichiarandosi disponibili ad allontanarsi dal centro, pur di avere più spazio. Il rapporto segnala poi che esiste una maggiore apertura nei confronti di soluzioni innovative per l’approvvigionamento energetico, con 6 persone su 10 che si dicono propense ad aderire ad una comunità energetica nel proprio condominio o nel quartiere, qualora questa si costituisse. Anche La sensibilità ai temi dell’ambiente si traduce sempre più in gesti concreti e quotidiani: il 78% dichiara di spegnere le luci ogni volta che esce da una stanza (+18% rispetto al 2019); il 72% utilizza lavastoviglie e lavatrici solo quando sono a pieno carico (+24%); il 66% sceglie prodotti ad alta efficienza energetica (+21%) e il 57% tiene il riscaldamento al minimo (+34%). Infine, è da mettere in evidenza un dato importante: il 68% degli italiani passa più tempo in casa facendo anche attività che prima non faceva: +33% a pranzo, +36% a cena, +42%, a guardare film e serie tv, +31% a lavorare e +26% a fare fitness e tenersi in forma.

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Curiosità in numeri

Smart working, quanto fa risparmiare sulla bolletta?

Il lavoro a distanza, entrato prepotentemente nelle nostre vita con l’emergenza pandemica, è rimasto come modalità in molteplici realtà professionali. Tanto che oggi, con la situazione sanitaria tornata sotto controllo, sono ancora 3,6 milioni i lavoratori da remoto. Si tratta di circa 500 mila unità in meno rispetto al 2021, con un calo in particolare nella Pubblica Amministrazione, mentre si rileva una leggera ma costante crescita nelle grandi imprese che, con 1,84 milioni di lavoratori, contano circa metà degli smart worker complessivi. Per il prossimo anno si prevede un lieve aumento fino a 3,63 milioni, grazie al consolidamento dei modelli di smart working nelle grandi imprese e a un’ipotesi di incremento nel settore pubblico. I dati sono contenuti nella ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano.

Quale vantaggio sul fronte dei costi?

Ma quale impatto ha e avrà lo smart working sui costi, in particolare quelli legati agli aumenti delle bollette energetiche? Risponde ancora l’Osservatorio: un lavoratore che operi due giorni a settimana da remoto risparmia in media circa 1.000 euro all’anno per effetto della diminuzione dei costi di trasporto. Nella stessa ipotesi di due giorni alla settimana di lavoro da remoto l’aumento dei costi dei consumi domestici di luce e gas può incidere però per 400 euro l’anno riducendo il risparmio complessivo a una media di 600 euro l’anno. Lo smart working consente una riduzione dei costi potenzialmente più significativa per le aziende: consentire ai dipendenti di svolgere le proprie attività lavorative fuori della sede per 2 giorni a settimana permette di ottimizzare l’utilizzo degli spazi isolando aree inutilizzate e riducendo i consumi, con un risparmio potenziale di circa 500 euro l’anno per ciascuna postazione. Se a questo si associa la decisione di ridurre gli spazi della sede del 30%, il risparmio può aumentare fino a 2.500 euro l’anno a lavoratore.

I benefici per l’ambiente

L’applicazione dello smart working permette anche di ottenere benefici a livello ambientale riducendo le emissioni di CO2 di circa 450 Kg annui per persona. Questo è il risultato di tre componenti su base annua: la riduzione degli spostamenti, che permette il risparmio di 350 Kg di CO2, le emissioni risparmiate nelle sedi delle organizzazioni che hanno introdotto lo smart working (pari a circa 400 Kg di CO2) al netto delle emissioni addizionali dovute al lavoro dalla propria abitazione (in media circa 300 Kg di CO2). Considerando il numero degli smart worker attuali pari a 3.570.000 di lavoratori, l’impatto a livello di sistema Paese calcolate sarebbe pari a 1.500.000 Ton annue di CO2. Tale quantità è pari a quella assorbita da una superficie boschiva di estensione pari a circa 8 volte quella del comune di Milano.

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Economia

L’impatto della transizione ecologica sulle aziende

Un ruolo centrale nel contenimento delle emissioni è svolto anche dalle imprese, che però si trovano a dover fronteggiare il rischio della transizione ecologica, che può consistere in perdite di operatività. Soprattutto per le aziende attive nei settori chimico e del cemento. Lo studio del REPAiR Lab (Responsible, Patience and Reliable Finance Lab),  il laboratorio di SDA Bocconi e CRIF sulla finanza responsabile e sostenibile, evidenzia che oltre il 72% delle aziende avrà un impatto nella catena industriale dovuto al percorso di transizione ecologica. Lo studio individua quindi i passaggi chiave che le imprese devono seguire per governare al meglio il processo di decarbonizzazione e minimizzare i rischi della transizione verde.

Le aziende più grandi subiranno un impatto maggiore
Per stimare gli impatti della transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio sono state analizzate oltre 5 milioni di imprese italiane sulla base dell’indicatore di rischio di transizione ecologica sviluppato da CRIF. A livello di dimensioni, le aziende che subiranno un impatto maggiore sono tendenzialmente più grandi della media. Inoltre, focalizzando l’analisi sul consumo energetico, emerge una relazione tra i settori ‘energivori’, con maggior consumo di gas metano, e il rischio di transizione nel lungo periodo.

Investire nella sostenibilità può ridurre i consumi del 10-30% all’anno

“Le Pmi e le aziende corporate che investono in maniera strategica nella sostenibilità possono ridurre i loro consumi del 10-30% all’anno, senza diminuire il livello di servizio e la qualità delle operazioni aziendali. Con una maggiore efficienza dal punto di vista energetico le imprese possono migliorare la propria situazione finanziaria ma anche ridurre le emissioni di gas serra – spiega Marco Macellari, Director, Head of Risk Management, Management Consulting di CRIF -. È fondamentale, inoltre, che le iniziative di transizione ecologica si estendano dalla singola impresa all’intera supply chain. Basti pensare che fino al 90% dell’impatto ambientale di un’impresa è determinato proprio dai processi produttivi”, 

Integrare gli obiettivi di decarbonizzazione al piano industriale
Il lavoro delle imprese deve concentrarsi in maniera integrata su quattro aspetti: strategia, gestione dei rischi, accesso ai capitali e metriche di misurazione.
Per quanto riguarda la strategia, è prioritario che le imprese integrino gli obiettivi di decarbonizzazione e sostenibilità con modalità coerenti col piano industriale. È poi fondamentale che gli aspetti legati al cambiamento climatico siano integrati nelle strategie di risk management: le aziende più virtuose dal punto della sostenibilità diventeranno più attrattive e resilienti agli occhi di mercati e investitori. Ma per gestire la transizione, “serviranno ingenti fonti di capitali, anche sotto forma di obbligazioni o equity, che possano supportare le imprese nella gestione dei rischi ambientali”, sottolineano i ricercatori del REPAiR Lab.
Quanto alle metriche, sarà prioritario che le imprese si uniformino agli standard europei e internazionali di misurazione, affinché la valutazione delle proprie attività e la loro comunicazione sia più omogenea e aperta possibile.

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Economia

Analisi dei mutui in Italia e in Europa: dove convengono di più? A tasso fisso o variabile?

Nell’ultimo periodo i tassi di interesse dei mutui sono tornati a crescere, ma in generale rimangono interessanti per chi vuole investire in una casa. Poiché servono sempre più informazioni per districarsi nelle tante offerte, Facile.it e Mutui.it hanno realizzato un’analisi dedicata a scoprire quale sia la formula più conveniente, fra tasso fisso e variabile, e quali siano le differenze delle condizioni dei mutui italiani rispetto a quelle degli altri Paesi europei. La ricerca si basa si sulla rilevazione dell’andamento degli indici registrati online in 12 Paesi a inizio settembre, considerando una richiesta di finanziamento di 120.000 euro da restituire in 20 anni per acquistare un immobile del valore di 180.000 euro. I primi dati emersi? I mutuati italiani possono contare su condizioni vantaggiose per i tassi variabili, mentre per i fissi sono peggiori se confrontate con quelle di Francia, Spagna, Portogallo e altre nazioni.

Il tasso fisso conviene di più oltreconfine

In base ai risultati dell’analisi, si scopre che in Italia il finanziamento a tasso fisso  viene proposto con un TAN a partire dal 2,89%, valore in netto aumento rispetto allo scorso anno, quando gli indici partivano intorno allo 0,80%. Se dodici mesi fa gli aspiranti mutuatari italiani potevano godere dei tassi fissi più bassi tra quelli rilevati, oggi, guardando ai Paesi UE analizzati, l’Italia si posiziona nei gradini bassi della classifica; solo Grecia e Germania fanno peggio, con indici fissi che partono, rispettivamente, da 3,20% e 3,12%. Valori nettamente migliori per Spagna e Portogallo, stati che tradizionalmente avevano tassi simili ai nostri e che invece oggi offrono indici più bassi; i TAN rilevati partono, rispettivamente, da 2% e 2,10%. Va ancora meglio agli aspiranti mutuatari della Francia, che possono accedere alle migliori condizioni tra quelle offerte dai Paesi oggetto di analisi, con TAN fissi che partono addirittura da 1,80%.

L’Italia mantiene il primato sul tasso variabile

Sul fronte del tasso variabile (considerando sempre il TAN), invece, l’Italia mantiene il suo primato e nessuno, tra i Paesi analizzati, offre un tasso iniziale migliore. Nel Belpaese i tassi partono da 1,32%, mentre fuori dai confini nazionali gli indici sono più alti; 1,87% in Portogallo, 2% in Svizzera, 2,34% nel Regno Unito. Va detto però che, a differenza del fisso, le distanze tra i Paesi rispecchiano solo la prima rata e, considerata la variabilità dei tassi, potrebbero modificarsi nel tempo a seconda dell’andamento dell’indice a cui ciascun mutuo è collegato.