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Economia

Computer in calo: l’effetto pandemia è finito

Secondo le ultime rilevazioni delle società di analisi Idc e Gartner, il mercato dei pc nel primo trimestre del 2022 ha registrato una netta flessione rispetto a un anno fa, pari al -5,1% secondo Idc e al -7,7% secondo Gartner. Insomma, dopo il boom di dad e smart working in seguito alla pandemia, dalla fine del 2021 le spedizioni di pc sono calate, e i Chromebook guidano la discesa, ulteriormente ampliata dalle sanzioni imposte alla Russia. Gran parte di questo calo, per entrambe le agenzie, è dovuto ai Chromebook, i portatili economici dotati di sistema operativo Google, le cui spedizioni sono diminuite in tutti i paesi che nei mesi scorsi ne avevano decretato il successo, grazie all’acquisto da parte di scuole e istituti di formazione.

Chromebook: -7,7% di spedizioni rispetto al primo trimestre 2021

I Chromebook sono infatti modelli usati per lo più in ambito scolastico, tanto da aver sorpassato nel 2020 i MacBook di Apple all’interno del particolare scenario di utilizzo negli Stati Uniti. Se Idc riporta un totale di 80,5 milioni di spedizioni di pc nell’ultimo trimestre del 2021, Gartner vede la cifra al ribasso, pari a 77,5 milioni, per un calo del 7,7% rispetto al primo trimestre del 2021.

Lenovo è ancora il marchio più venduto

In particolare, è proprio Gartner ad affermare che senza contare i Chromebook il mercato dei computer sarebbe aumentato del 3,3% anno su anno. Anche Idc ha rilevato un rallentamento nell’acquisto di pc da parte degli istituti di istruzione, un mercato che utilizza oltre 40 milioni di Chromebook per insegnanti e studenti. Quanto ai brand è Lenovo ancora il marchio più venduto, seguito da HP, Dell e Apple. Di questi, solo Dell e Apple hanno registrato una crescita nei numeri, seguiti dai dispositivi targati Asus.

Dopo due anni di boom il mercato dei pc sta iniziando a stabilizzarsi

Nel primo trimestre dello scorso anno, ricorda Ansa, spinti dal boom di smart working e dad, il segmento dei computer aveva fatto segnare un +15% in confronto ai dati del 2020, il rialzo maggiore degli ultimi 20 anni. Entrambi gli analisti concordano sul fatto che ora il mercato dei pc sta iniziando a stabilizzarsi dopo due anni di aumento delle spedizioni. Gartner ha citato anche la guerra in corso in Ucraina come un fattore che ha contribuito alla mancanza di crescita dell’ultimo trimestre 2021, poiché molte aziende hanno smesso di spedire i loro dispositivi in Russia, a causa delle sanzioni economiche.

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Eccellenze online

Ogni quanti anni bisogna cambiare la caldaia?

Sebbene le caldaie a gas abbiano una vita lunga, non sono per sempre. Sicuramente ti sei chiesto più volte quando è il momento di pensare alla sostituzione caldaia, e la verità è che il momento esatto dipende dall’uso, dalla manutenzione, dalle condizioni dell’acqua e dal luogo in cui è installato il dispositivo.

Ogni quanto va cambiata la caldaia a gas?

La media per cambiare la caldaia è compresa tra 10 e 15 anni, un arco di tempo ragionevole. Se la tua caldaia ha più di 20 anni, è necessario apportare una modifica anche se ancora funziona correttamente.

Le riparazioni di questo tipo di caldaie non sono generalmente convenienti poiché le parti di ricambio non si trovano più in commercio e le modifiche alternative non sono durevoli nel tempo.

Se hai una caldaia che ha più di 15 anni dunque, probabilmente il suo funzionamento non è del tutto ottimale, e nemmeno la sua efficienza energetica.

Al contrario, se la tua caldaia ha più di 10 anni, rientra ancora nel range della sua vita utile, ma se il dispositivo presenta qualche tipo di guasto o anomalia, l’ideale sarebbe apportare una buona manutenzione.

Segnali che ti dicono che è ora di cambiare la tua caldaia a gas

Ecco alcuni dei motivi per cui dovresti eventualmente pensare di cambiare la tua caldaia a gas con una nuova. Ciò può essere dovuto a diversi motivi come guasti, risparmio energetico o a causa di nuove normative.

Per quel che riguarda i guasti:

  • Il calcare nell’acqua è il peggior nemico della tua caldaia e nel corso degli anni può causare più di un guasto.
  • Se la caldaia impiega molto tempo ad accendersi o non emette acqua calda, è segno che c’è un guasto nella caldaia.
  • Quando la caldaia fa dei rumori strani, non è normale; potrebbe essere un guasto che ci costringe a cambiare la caldaia.
  • Se ci sono perdite d’acqua, è possibile che si tratti di un guasto della valvola di sicurezza che dovrebbe essere sostituita. Se il problema persiste, si consiglia di sostituire la caldaia.

Per quel che riguarda il risparmio energetico:

Può darsi che l’efficienza energetica della caldaia sia bassa e non ce ne rendiamo conto. Questo vale soprattutto per le vecchie caldaie, che non garantiscono un adeguato livello di efficienza energetica.

Grazie al risparmio energetico, le nuove caldaie sul mercato hanno prestazioni più elevate e consentono di risparmiare sulla bolletta del gas grazie alla loro tecnologia. Ciò vale soprattutto per quelle a condensazione.

Per quel che riguarda le nuove normative:

Tieni conto delle nuove normative europee; la tua caldaia potrebbe non soddisfare i requisiti e dovresti per questo cambiarla. Le caldaie installate 10 anni fa o più non sono più consentite dall’Unione Europea a causa delle loro basse prestazioni e dell’elevata emissione di gas inquinanti, ad esempio.

I vantaggi di sostituire la tua caldaia a gas obsoleta con una nuova

Le caldaie a condensazione sono le più efficienti sul mercato, rispettano l’ambiente e garantiscono un minor consumo di gas contribuendo a rendere più leggera la bolletta.

In questo senso è preferibile sostituire la caldaia con una più nuova ed evoluta che garantisca una maggiore efficienza. Ecco di seguito alcuni vantaggi del far installare una nuova caldaia:

  • L’acqua si riscalda più rapidamente, così come i termosifoni
  • A medio termine, cambiare la tua vecchia caldaia sarà una decisione vantaggiosa poiché potresti risparmiare circa il 15% di energia.
  • Le nuove caldaie hanno meno emissioni di CO2, riducono il consumo di combustibili fossili e quindi l’ambiente è salvaguardato.
  • Grazie alla loro efficienza, le nuove caldaie sfruttano il calore che proviene dalla combustione stessa e lo convertono in energia.

Infine il periodo migliore per cambiare la caldaia è l’estate, poiché è questo il periodo in cui non è necessario accendere il riscaldamento e l’acqua calda non è necessaria come in inverno.

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Curiosità in numeri

Quanto si considera sostenibile l’Italia?

Le scelte sostenibili stanno diventando sempre più importanti all’interno della vita degli italiani, ma quanto si considera sostenibile l’Italia? Risponde un sondaggio commissionato da Omio e realizzato da YouGov, che ha chiesto agli italiani di autovalutarsi in ambito di sostenibilità. E a quanto emerge dal sondaggio la maggior parte degli intervistati si considera abbastanza consapevole sulle tematiche ambientali, mentre uno su cinque pensa di poter fare di più. La generazione dei Fridays for Future è la più critica con sé stessa: il 21% dei 18-24enni afferma di non adottare un approccio sufficientemente green.

Più eco-friendly utilizzando treno e autobus

Il 63% del totale considera invece il proprio comportamento quotidiano abbastanza sostenibile, anche se vede anche ulteriori possibilità per agire in materia di rispetto dell’ambiente. Il 17% invece si considera già molto sostenibile e non ritiene necessari ulteriori miglioramenti. Solo il 2% non è interessato al tema. Ma dove intravedere concrete opportunità per mettere in atto decisioni amiche dell’ambiente? Il 4% ritiene che rinunciare ai viaggi aerei in favore di spostamenti in treno e autobus sia una possibile soluzione, mentre per il 17% utilizzare mezzi pubblici e bicicletta può avere un impatto significativo sull’ambiente. Il 33% degli intervistati considera infatti treni e autobus alternative sostenibili, e il 27% ritiene che si dovrebbero evitare i viaggi in aereo (15%) e le crociere (12%).

Costo, opzioni di viaggio e durata gli ostacoli principali

Il 41% vorrebbe avere a disposizione alternative di viaggio sostenibili più economiche o di egual costo. Per il 19% anche i biglietti degli autobus e dei treni sono troppo costosi. Più di un terzo (35%) lamenta la mancanza di opzioni e di informazioni sulle alternative di viaggio sostenibili, tra cui collegamenti veloci in autobus e in treno. La percentuale aumenta se si considerano le fasce più giovani: il 45% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni pensa di non avere alternative. E un terzo (34%) vorrebbe più informazioni su come viaggiare in modo più sostenibile.
Oltre al prezzo, anche il tempo è un fattore decisivo: il 32% considera l’autobus e il treno poco veloci, mentre il 37% ritiene che non garantiscano la stessa flessibilità dell’auto.

Dalla riduzione dei rifiuti al cibo vegetariano o vegano

In ogni caso, viaggiare in modo sostenibile non significa solamente utilizzare mezzi eco-friendly. Il 37% ritiene importante anche la quantità di rifiuti da imballaggio prodotti in loco, mentre il 23% cerca di prediligere alloggi sostenibili. Inoltre, oltre al comportamento di viaggio, quasi la metà (48%) degli intervistati ritiene che utilizzare prodotti riciclati possa contribuire al benessere del pianeta. In particolare, il 12% considera i prodotti realizzati in modo davvero sostenibile una valida opzione. Importanti anche le scelte alimentari: per il 10% il consumo di cibi vegetariani o vegani è l’aspetto più rilevante della vita quotidiana per agire in modo più sostenibile.

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Curiosità in numeri

Ibrido e flessibile, lo smart working al tempo del lavoro liquido

Lavoro liquido: a che punto siamo tra Smart working e nuova governance? È il titolo di un’indagine condotta a marzo 2022 da Reverse, azienda internazionale di risorse umane, insieme ad altri partner.  L’indagine mette a confronto le opinioni di lavoratori e management aziendale. E lavoratori e aziende concordano su una linea comune: mantenere lo Smart working in futuro. Dalla nuova gestione liquida del lavoro non si torna più indietro. E se all’unanimità si chiede una soluzione di Smart working ibrida e flessibile, i maggiori sostenitori di questa soluzione sono gli intervistati tra i 20 e i 30 anni.
Ma è molto sentita, sia da aziende sia da lavoratori, anche la questione della reperibilità e della disconnessine durante il lavoro da remoto.

Disconnessione, un’esigenza molto sentita

Si tratta di un tema che raccoglie molti aspetti. Riguarda infatti le normative, la modalità di lavoro per obiettivi, e la capacità dell’azienda di mantenere l’engagement dei propri collaboratori anche da remoto. Il 45% dei lavoratori afferma che lavorando da casa ha sofferto molto per una maggiore richiesta di disponibilità online. Dai racconti degli HR emerge un’azione decisa delle aziende per trovare la corretta gestione della reperibilità di chi lavora in Smart working, mettendo in pratica azioni di diverso tipo, dall’ufficializzazione dell’ampliamento dell’orario di reperibilità per chi lavora in Smart working alla gestione autonoma dei team. Ma una regolamentazione è sentita come necessaria da entrambe le parti.

Chi deve sostenere i costi?

L’80% dei lavoratori sostiene che l’azienda dovrebbe partecipare alle spese sostenute da chi lavora da casa (connessione ad internet, postazione di lavoro, ecc.). In netto contrasto il parere delle aziende, la cui totalità non prevede di modificare il contratto includendo una partecipazione alle spese per chi lavora in Smart working. Ma sia lavoratori sia aziende sono concordi nel volgersi verso un’organizzazione del lavoro per obiettivi. Il 56% dei lavoratori afferma che la propria azienda ha riprogrammato il lavoro su obiettivi per agevolare il lavoro da remoto. E il 60% degli HR Manager afferma di aver introdotto o essere in procinto di introdurre modalità di lavoro per obiettivi in cui l’orario è fluido.

Spazi di lavoro e percorsi di formazione mirata

Secondo il 60% dei lavoratori è necessario adeguare gli spazi alla nuova modalità di lavoro liquido. Gli HR Manager affermano che le aziende stanno modificando completamente e in tempi molto rapidi il loro assetto (Open space, pc portatili, desk sharing). L’82% dei lavoratori afferma poi che introducendo lo Smart working l’azienda deve porre maggiore attenzione ai percorsi di formazione. E secondo il 90% delle aziende sono stati istituiti percorsi di formazione per i collaboratori su specifiche piattaforme online di e-learning o tramite webinar, e in alcuni casi, di aver avviato Academy online.
Sicuramente le imprese si stanno organizzando per offrire una formazione ad hoc, però è bene considerare che i percorsi formativi offerti finora non hanno incontrato a pieno le esigenze delle risorse.

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Curiosità in numeri

Lo smart working è positivo per il 61% di chi lo pratica

Lo smart working è promosso da chi lo sta ancora praticando, con il 61% di valutazioni positive, ma il giudizio di chi ha sperimentato il lavoro a distanza nell’ultimo anno è diviso. Se una metà di lavoratori lo ha ritenuto una grande occasione per migliorare la propria vita, un’altra alla lunga lo sta reputando una costrizione a stare chiusi in casa. Da quanto emerge da un sondaggio Swg, sul piano lavorativo gli effetti dello smart working sono poi ambivalenti. Da una parte sembra aver peggiorato le relazioni interne, soprattutto quelle fra colleghi, e in qualche misura, anche con il proprio responsabile, dall’altra, è opinione diffusa che questa modalità lavorativa abbia favorito la qualità dell’attività svolta, consentendo di ottimizzare le tempistiche per attività ritenute poco utili.

Donne più sensibili al cambio di modalità di lavoro

Sul piano personale, invece, il lavoro da remoto ha avuto conseguenze prevalentemente positive, soprattutto nell’aver contribuito a facilitare la conciliazione tra vita privata e lavoro e la gestione dei figli. Per una significativa quota di lavoratori poi ha migliorato le relazioni con i familiari conviventi, nonché l’umore. Tuttavia, Swg segnala che per il 31% degli intervistati tale esperienza ha impattato negativamente sulla condizione psicofisica, e in questo caso le donne sono risultate più sensibili al cambio di modalità di lavoro. Tutti gli effetti dello smart working, positivi o negativi, sono infatti risultati più rilevanti per le donne. Allo scadere dello stato di emergenza occorrerà quindi regolamentare il lavoro a distanza, con l’accordo individuale tra lavoratore e impresa l’opzione ritenuta più adeguata dagli intervistati dall’indagine (37%), riporta Adnkronos.

Il graduale rientro in ufficio non segna un declino del lavoro agile

Come ha rilevato la ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, a settembre 2921 il numero degli smart worker si è attestato a 4,07 milioni. E a quasi due anni dal primo lockdown il graduale rientro in ufficio non segna in generale un declino del lavoro agile. Al contrario, al termine dello stato di emergenza le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati a settembre. Le previsioni sono infatti di 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%).

Che strada prendere nel New Normal?

Lavoratori di aziende private, piccole, medie e grandi, e dipendenti pubblici hanno quindi sperimentato un diverso modo di lavorare, e adesso stanno cercando di capire che strada prendere in questo New Normal che si sta delineando. Quello che è certo è che sebbene durante la pandemia si sia trattato di telelavoro, l’esperienza di lavoro a distanza ha aperto interessanti prospettive per un’adozione più diffusa dello smart working nel nostro Paese. Oggi sono molte le realtà che si interrogano se proseguire con un regime di full smart working o smart working ibrido, una forma che prevede un regime misto tra presenza in ufficio e remote working.

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Economia

Vent’anni di prezzi: dal cono gelato alla benzina, la mappa degli aumenti

Quanto sono cambiati i prezzi in 20 anni, ovvero da quando è stato introdotto l’euro? Tanto, tantissimo, così che i listini di alcuni prezzi e servizi sono cresciuti addirittura a tre cifre.e. Gli stipendi, invece, dimostrano una maggiore staticità: sono infatti cresciuti solo del 50%. A dare questi numeri è una indagine condotta dall’associazione dei consumatori Consumerismo No Profit e dal Centro Ricerca e Studi di “Alma Laboris Business School”, società specializzata in Master e Corsi di Alta Formazione e specializzazione per professionisti, che ha messo a confronto i prezzi di un paniere di 100 elementi tra beni e servizi, analizzando le differenze esistenti tra i listini al dettaglio in vigore ai tempi della lira e quelli odierni.

C’era una volta

Ad esempio, è totalmente cambiato (in peggio) il conti di bar e ristoranti: ad esempio il cono gelato nel 2001 costava 1.500 lire (0,77 euro), mentre oggi viene venduto nelle gelaterie in media a 2,50 euro (+224,7%). Una semplice penna a sfera ha subito un incremento del +207,7%, passando dalle vecchie 500 lire (0,26 euro) a 0,80 euro.
Più caro mangiare fuori: la classica margherita consumata in pizzeria ha subito un rincaro del +93,5%, il supplì è aumentato quasi del 124%, e il tramezzino al bar addirittura del +198,7% – spiegano Consumerismo e Alma Laboris Business School -. La colazione al bar (cappuccino e cornetto) costa il 93,3% in più, mentre la pausa caffè è più salata del 55,2% (tuttavia negli ultimi giorni i listini dei pubblici esercizi stanno subendo ritocchi a rialzo a causa del caro-bollette).

Totalmente cambiate anche la abitudini

Col passaggio alla moneta unica sono cambiate anche le abitudini degli italiani: se nel 2001 la mancia minima al ristorante era pari a 1.000 lire a persona, oggi in media si lasciano 2 euro sul tavolo (+284,6%) – analizzano ancora Consumerismo e Alma Laboris Business School. Brutte notizie anche sul fronte dei trasporti: oltra alla benzina, i cui listini alla pompa sono più che raddoppiati rispetto al 2001, oggi costa di più prendere l’autobus, con il biglietto che ad esempio a Milano è passato da 1.500 lire (0,77 euro) agli attuali 2 euro (+159,7%). Acquistare una automobile? Per una utilitaria bastavano 10.300 euro nel 2001, oggi la spesa (senza incentivi e rottamazione) si aggira attorno ai 16.150 euro per una piccola utilitaria di media categoria. Migliore la situazione per i prodotti per l’igiene e la cura personale: per shampoo, deodoranti, schiuma da barba, pannolini, carta igienica, spazzolini da denti, bagnoschiuma, i rincari sono al di sotto del +50%. Ma – avvertono Consumerismo e Alma Laboris – si spende di più per riempire la dispensa di casa: tra i prodotti alimentari, quelli che hanno subito gli incrementi di prezzo più elevati troviamo i biscotti (+159%), la passata di pomodoro (+148%), il cacao (+143%), il sale (+134%), l’olio d’oliva (+114%), le uova (+103%).

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Curiosità in numeri

Competenze digitali: i lavoratori italiani non si sentono preparati

Secondo i risultati del Digital Skills Index, l’indagine globale sul livello delle competenze digitali di Salesforce, oltre tre quarti degli intervistati in 19 paesi non si sente pronto per operare in un mondo del lavoro più digitalizzato. E solo il 28% è attivamente coinvolto nell’apprendimento e nella formazione delle competenze digitali richieste. Le aziende di tutto il mondo stanno rapidamente passando a modelli digital-first e la domanda di persone con competenze digitali è aumentata vertiginosamente. Ma in Italia l’86% dei lavoratori dichiara di non avere le competenze digitali necessarie e l’87% si sente altrettanto impreparato per i prossimi cinque anni. Inoltre, solo il 17% è coinvolto in programmi di formazione.

Servono investimenti per colmare il gap

Il punteggio globale complessivo del Salesforce Index per la preparazione digitale viene valutato in termini di preparazione, livello di abilità, e accesso e partecipazione attiva all’aggiornamento delle competenze digitali, ed è pari a 33 su 100. L’Italia risulta sotto la media globale, registrando un Salesforce Index di 25.
I paesi rappresentati nell’indagine variano da un punteggio massimo di 63 a un minimo di 15, un dato che sottolinea come vi sia un urgente bisogno di investimenti a livello globale per colmare questo gap e creare una forza lavoro più inclusiva.

Non basta saper navigare sul web e usare i social 

Le competenze digitali quotidiane, riferisce Adnkronos, come la navigazione sul web, spesso non rispecchiano quelle ritenute fondamentali dalle aziende per favorire la ripresa. Più di due terzi degli intervistati della Generazione Z (64%) afferma di possedere competenze avanzate sui social media, ma solo il 31% ritiene di possedere competenze digitali più avanzate. Una differenza ancora più netta in Italia, dove l’81% dei Gen Z ritiene di avere un livello avanzato nelle competenze social, ma solo il 19% pensa di possedere le competenze digitali necessarie per il mondo del lavoro di oggi. A livello globale il 37% della Gen Z si sta attivamente formando per le competenze necessarie nei prossimi cinque anni, rispetto al 12% dei Baby Boomer, e anche in Italia a dichiararsi proattivo sul fronte della formazione sono soprattutto i giovani della Gen Z. Uno su quattro (26%) rispetto a uno su cinque dei Millennial (19%) e nemmeno uno su dieci dei Baby Boomer (7%).

La percezione delle priorità è diversa a livello generazionale

Le competenze nella tecnologia di collaborazione sono considerate le più importanti per i lavoratori sia oggi sia nei prossimi cinque anni.
Ma nonostante l’abilità degli intervistati con le principali tecnologie di collaborazione a uso quotidiano, come i social media, solo il 25% si considera avanzato per le competenze tecnologiche di collaborazione necessarie per il lavoro. In Italia la percezione delle priorità a livello di competenze cambia molto a seconda della generazione. I più giovani della Gen Z e i Baby Boomer riconoscono le collaboration technologies come priorità per lo svolgimento del proprio lavoro. Tale percezione non collima con quella dei Millennial e della Generazione X, secondo cui è più importante formarsi in materia di e-commerce e commercio digitale.

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Economia

L’informazione economica deve offrire analisi e precisione

Più che in altri ambiti l’informazione economica deve offrire ai lettori non solo le notizie, ma anche e soprattutto l’analisi delle stesse.

È quanto emerge dalla ricerca realizzata da Gpf Inspiring Research, su incarico di Economy Group, per testare le esigenze del pubblico verso il settore dell’editoria nel quale operano le testate del gruppo.  Secondo la ricerca l’analisi a supporto della notizia costituisce proprio l’elemento fondamentale nella fruizione di informazioni economiche per 7 intervistati su 10. E un quarto del campione, costituito da 300 fruitori regolari d’informazione economica, tra imprenditori, dirigenti/AD di Pmi e professionisti della consulenza economica, la considera assolutamente prioritaria. Per quanto riguarda le case history risultano gradite da quasi due terzi del campione. 

Le fonti più autorevoli? I siti Internet specializzati

Ma dall’informazione economica la maggioranza degli intervistati pretende anche la ‘precisione’. E la percezione di massima autorevolezza è assegnata ai siti Internet specializzati.
Quasi un terzo del campione li ritiene infatti estremamente autorevoli, mentre oltre 8 intervistati su 10 li ritiene affidabili. 

Dopo i siti Internet specializzati, gli intervistati indicano al secondo posto per autorevolezza le fonti Internet in generale, e le riviste specializzate su tematiche economico-finanziarie.
Al contrario, le fonti meno autorevoli in fatto di informazione economica sono identificate dal campione con i social media in generale, e YouTube in particolare.

Un punto di riferimento nel panorama dell’informazione economica nazionale

Ai risultati della ricerca si è ispirato il rilancio del sito economymagazine.it, online da qualche giorno. Si tratta di un sito che si ripromette di diventare un punto di riferimento importante nel panorama dell’informazione economica nazionale.
E che confortato dai primi risultati positivi, sta aprendo i suoi server ai contributi d’opinione, dibattito, critica e, appunto, analisi non solo alle firme storiche del gruppo, come Franco Tatò, Giulio Sapelli, Andra Granelli e Marco Onado, ma anche a nuovi contributor provenienti dal mondo delle professioni, della ricerca e dell’impresa italiana.

L’economia è un ambito complesso e cruciale

Il comun denominatore del sito è la capacità di aiutare proprio l’analisi delle notizie, che in un ambito complesso e cruciale come l’economia deve assolutamente affiancare la pura cronaca.

Economymagazine.it, affidato al caporedattore Francesco Condoluci, s’inserisce nella produzione multimediale del gruppo, che realizza anche Investiremag.it, sito di riferimento per il mondo del risparmio gestito, della consulenza finanziaria e delle analisi di mercato, le rubriche multimediali Investire Now, Largo ai Consulenti, Sportello Economy, la newsletter quotidiana Investire Today e ulteriori newsletter verticali.  

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Eccellenze online

Idee di design per un salone da parrucchiere che funzioni

Visitare un salone da parrucchiere o di bellezza è un must per le persone che si preoccupano del modo in cui appaiono o semplicemente che vogliono avere un bell’aspetto e rifarsi il look.

Le persone cercano infatti un ambiente familiare, accogliente e professionale quando desiderano eleggere un salone di bellezza come loro preferito.

Creare uno spazio sorprendente, attraente e accogliente attirerà senza dubbio più clienti e questi saranno più costanti e regolari nel frequentare il tuo locale, poiché molti giudicano la tua attività e professionalità in base alla loro prima impressione e all’immagine che il salone riesce a trasmettere.

Ecco allora alcuni consigli per rendere il tuo parrucchiere o salone di bellezza un luogo molto piacevole e accogliente per le tue clienti:

Attrezzature e mobili

Fai bene a scegliere mobili da parrucchiere o da salone di bellezza in modo appropriato. Scegli un tema e acquista di conseguenza i tuoi arredi e decorazioni in un negozio di forniture per parrucchieri, mantenendo quindi una sorta di continuità.

Puoi scegliere un unico tema o mescolare più concetti, facendo in modo che si leghino bene tra loro. Le opzioni variano dall’antico, al contemporaneo al moderno in ogni tipo di arredo, sia che si tratti di poltrone da parrucchiere, accessori per la zona dei lavelli o altro.

Aggiungi accessori come cuscini e vasi sui tavoli per creare uno splendido spazio interno, che possa apparire come familiare e sempre curato nei dettagli.

Assicurati che i tuoi mobili si completino a vicenda in termini di tema e stile. Ricorda che nella qualità e nel comfort dei tuoi mobili da parrucchiere dipende gran parte della soddisfazione dei tuoi clienti, poiché essi si sentiranno a loro agio e al sicuro proprio in funzione loro.

Pareti e soffitti

Definisci la decorazione ed il colore o le finiture delle pareti con largo anticipo, in quanto sono loro il “centro” dell’attenzione di chi osserva un locale. Puoi aggiungere colori, finiture e sagome legate al tuo brand e alla tua clientela.

Se essa è composta da uomini e donne, ti consigliamo di mescolare colori accesi e audaci. Per creare un tema antico, mescola i colori della terra e quelli metallici.

Aggiungi immagini o poster alle pareti per renderle più interessanti. Investi in accessori da barbiere particolari e ricercati da esporre sugli scaffali o direttamente da appendere al muro; ricorda inoltre che gli specchi creano l’illusione dello spazio.

Allo stesso modo, assicurati che i mobili che avrai prescelto seguano davvero la tua linea o il tuo stile, in modo che sia le poltrone da parrucchiere che le poltrone da shampoo (ed eventuali set per pedicure e manicure) appaiano come un concetto globale e omogeneo.

Le luci

Scegli delle luci di alta qualità, possibilmente di quelle a risparmio energetico, e sfrutta quanta più luce naturale ti è possibile. Se non puoi usare la luce naturale, massimizza quella artificiale in maniera intelligente.

Posiziona le lampade sulle aree di servizio per illuminare i capelli dei clienti: questo ti aiuterà a giudicare la consistenza ed il colore, oltre a dare eleganza ai mobili del tuo salone.

Spazio

Usa lo spazio in modo appropriato, è determinante nel conferire un aspetto adeguato al tuo salone da parrucchiere o spa. Allestire un’area reception ben definita con sedie e comodi divanetti per l’attesa è un’ottima idea, così come allestire un tavolino con eventuali riviste per creare un’atmosfera familiare.

Consigli finali

Ricorda di separare l’area in cui ci sono i parrucchieri e le poltrone da taglio dall’area in cui si effettuano i trattamenti di  bellezza in cui si trovano gli arredi per fare la pedicure e manicure.

Definisci ogni area e, se è necessaria più privacy, crea spazi appositi con tende o pareti removibili.

Assicurati che il salone non abbia aree in cui si crea folla o confusione e che i corridoi siano ben definiti. Utilizza infine uno spazio apposito per conservare gli strumenti di lavoro, in maniera ordinata e possibilmente nascosto agli sguardi.

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Curiosità in numeri

Il 2022 secondo gli italiani, fra timori, desideri e nuove abitudini

Quali sono le parole che gli italiani utilizzano per definire il 2022?  Esattamente come l’anno passato, i termini associati al nuovo anno sono speranza, ripresa, cambiamento riportate, rispettivamente, dal 32%, il 16% e il 15% delle persone). A queste segue il termine “timore”, citato più del doppio delle volte rispetto al 2021 (si passa dal 3% al 7%): in particolare, è proprio nella Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) che si registra la media più alta di coloro che accostano questo stato d’animo al nuovo anno (lo fa il 9% di questo segmento). Allo stesso tempo, è sempre in questa fascia d’età che si trova la percentuale maggiore di chi, pensando al 2022, spera in un cambiamento (il 19%). Sono alcuni dei dati che emergono dalla survey dell’Ufficio Studi Coop, svolta a dicembre scorso e appartenente al Rapporto Coop 2021,  “2022, Coming Soon – Consumer”, condotta in collaborazione con Nomisma su un campione di 1.000 persone rappresentativo della popolazione italiana.
In relazione a ciò che ci potrebbe aspettare nei mesi futuri, i manager della community coinvolti nella survey hanno sottolineato alcuni fattori che potrebbero frenare la ripresa. Nello specifico, gli esperti hanno individuato possibili ostacoli principalmente nell’instabilità politica (menzionata dal 47%), nei ritardi nell’attuazione del PNRR (46%) e nella crescita dei prezzi (39%), stimata a + 2,9%.

Obiettivo benessere e “costruire qualcosa di nuovo”

I nostri connazionali, confidando che la pandemia finisca presto, si contrano per obiettivi da raggiungere nell’immediato futuro. Questi parlano, soprattutto, del bisogno di cambiamento a partire proprio da se stessi: nei programmi per il 2022, infatti, appaiono ai primi posti il desiderio di prendersi cura della propria persona (citato dal 57%), seguito dalla necessità di cercare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata (56%) e di rivedere le priorità della vita (55%); inoltre, quasi 1 italiano su 3 (il 29%) programma di cambiare lavoro nel corso del 2022. In generale, “costruire qualcosa di nuovo” rappresenta il motto riferito al post pandemia per il 21% delle persone.

Meno attività fuori casa

In un contesto generale segnato dall’insicurezza, a farne le spese è soprattutto tutto ciò che concerne il tempo libero. Tra i propositi per il 2022 degli italiani, infatti in merito alle attività quotidiane, è proprio il fuoricasa l’aspetto maggiormente in discesa rispetto ad altri: le persone prevedono di ridurre la frequentazione di bar e ristoranti (il saldo tra chi ci andrà di più e chi di meno è pari a -13%), di partecipare meno a concerti e spettacoli (-12%), ma anche di dedicare meno uscite a cinema (-10%), teatri e musei (-9%). Le cause sono soprattutto da ricercare nella poca sicurezza economica degli italiani e nei dubbi rispetto a possibili restrizioni future dovute alla pandemia.